Così caratteristici da essersi guadagnati un verso di Venditti in Notte prima degli esami, i pini di Roma, albero simbolo della capitale, sono ovunque in città: da Villa Borghese all’Appia Antica, fino ai viali alberati dei quartieri residenziali. Giganti verdi che non sono una semplice decorazione urbana, ma dei veri e propri monumenti integrati nel paesaggio e nell’identità della città. Ma adesso i pini stanno soffrendo: chiome diradate, rami secchi, tronchi tagliati alla base che lasciano vuoti incolmabili nei marciapiedi e nei parchi storici. In questo scenario c’è una colpevole, la Toumeyella parvicornis, comunemente nota come cocciniglia tartaruga. E la crisi dei pini romani è una vera e propria emergenza ecologica, climatica e di vivibilità urbana.
Per comprendere a fondo la reale portata di questa trasformazione, è necessario allargare lo sguardo oltre il singolo albero malato e analizzare l’impatto sull’intero ecosistema cittadino. E a raccontarlo è chi il territorio lo vive. Come hanno infatti confermato i rappresentanti della Consulta verde del II Municipio di Roma, uno dei quadranti cittadini storicamente più ricchi di alberature di pregio, in molte zone della città l’abbattimento progressivo degli esemplari, ormai compromessi dalla cocciniglia e minacciati dall’inasprirsi dei fenomeni meteo, sta innescando una trasformazione dello skyline cittadino. E l’unica speranza risiede nella tenacia delle cure, in particolare nell’endoterapia, e nella disperata ricerca di un antagonista naturale che possa contenere la popolazione di questo parassita originario del Nord America.
Una formidabile macchina di mitigazione ambientale
L’aspetto estetico del paesaggio, però, non è l’unico effetto collaterale. Perché un pino in salute non è solo bello da guardare, ma è una formidabile macchina di mitigazione ambientale. La sua vasta copertura d’ombra agisce come un condizionatore naturale, schermando l’asfalto e il cemento dai raggi solari estivi. Di conseguenza, l’abbattimento di centinaia di esemplari sta inevitabilmente aggravando il fenomeno noto come “isola di calore”, quel microclima artificiale che rende roventi e invivibili le città durante i mesi più caldi.
Interrogata su dati e stime precise riguardo a questo peggioramento, la Consulta verde sceglie la via della cautela scientifica, ricordando che spetta agli organi preposti fornire i termini effettivi e misurabili del fenomeno. Perché i cittadini, giustamente, confidano nella scienza per quantificare il danno, ma non serve un termometro di precisione pe capire la differenza opprimente tra un viale alberato e una spianata di asfalto esposta al sole cocente. E la perdita di questa preziosa ombra, si tradurrà inevitabilmente in un aumento delle temperature percepite, con ripercussioni dirette sulla salute pubblica e sui consumi energetici per il raffrescamento degli edifici.
Di fronte a questa minaccia, le amministrazioni non sono completamente disarmate, ma le armi a disposizione richiedono costanza, investimenti e un controllo rigoroso. Attualmente, le cure endoterapiche, che consistono nell’iniezione di sostanze insetticide specifiche direttamente nel sistema vascolare del tronco affinché raggiungano la chioma, rappresentano l’unico argine efficace contro la proliferazione della Toumeyella. Ma l’azione del Comune di Roma è sufficiente?
Il ruolo della prevenzione
Dal punto di vista privilegiato del suo osservatorio territoriale, la Consulta verde non nasconde uno spirito critico e costruttivo. Il giudizio è netto: il Comune potrebbe e dovrebbe fare di più. Non si tratta solo di stanziare fondi per intervenire in emergenza quando l’albero è ormai allo stremo delle forze e l’abbattimento diventa l’unica triste scelta per garantire la pubblica sicurezza. Il vero nodo della questione risiede nella prevenzione e, soprattutto, nel controllo della qualità degli interventi. La richiesta che si solleva a gran voce è quella di un monitoraggio migliore e continuativo su chi esegue materialmente i trattamenti endoterapici, per assicurarsi che vengano effettuati nei tempi giusti e con le metodologie corrette. L’assenza di un piano sistematico e capillarmente controllato rischia di vanificare gli sforzi e di trasformare l’endoterapia in un palliativo inefficace.
In risposta a queste istanze e per delineare il quadro degli interventi istituzionali in corso, interviene Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e ciclo dei rifiuti di Roma Capitale: “I pini costituiscono un autentico patrimonio storico e ambientale che caratterizza il paesaggio romano, dalle vie consolari di accesso alla città alle aree archeologiche e ai parchi. Dall’ultimo censimento effettuato dal CREA, come evidenziato nel Masterplan delle Alberature Stradali realizzato con Roma Capitale, a Roma si contano circa 51.500 pini, di questi, circa 14.200 sono su strada. Come tutti gli alberi della capitale, anche questi esemplari vengono controllati periodicamente e, ad oggi, sono stati effettuati 72.800 trattamenti endoterapici per il contrasto alla Toumeyella, verificando ogni pino e trattandolo con una seconda dose laddove necessario”.
E prosegue: “Particolarmente significativi sono gli interventi all’interno della Pineta di Castel Fusano dove i trattamenti effettuati sono stati 3.500. Attualmente quest’area è oggetto di uno specifico Tavolo Tecnico, con l’obiettivo di costruire una strategia di gestione forestale sostenibile e coerente con le caratteristiche del territorio, fondata su evidenze scientifiche, capace di prevenire i rischi ambientali e di valorizzare la biodiversità. Il lavoro di endoterapia ha interessato anche i pini all’interno delle ville storiche, tra cui Villa Glori e Villa Ada, per un totale di 1.800 interventi”.
La melata
Esiste poi un ulteriore capitolo in questa complessa vicenda ecologica, un aspetto che tocca direttamente la quotidianità dei cittadini e i delicati equilibri della piccola fauna urbana: la melata. L’infestazione da cocciniglia, nutrendosi della linfa dei pini, produce quantità industriali di questa sostanza zuccherina e appiccicosa. La melata piove letteralmente dai rami, sporcando auto, marciapiedi e panchine, ma soprattutto ricadendo sulla vegetazione sottostante. Si è a lungo temuto che questa coltre appiccicosa potesse soffocare le piante dei nostri giardini storici e alterare irrimediabilmente la biodiversità locale. Su questo punto, però, le indicazioni della Consulta verde offrono una prospettiva inaspettata e sfumata, che ci ricorda quanto la natura sappia essere adattabile. Innanzitutto, l’impatto dell’accumulo di melata è fortemente stagionale e legato alle precipitazioni. Se in piena estate il disagio raggiunge i suoi picchi massimi, nei mesi invernali, come in questo periodo tra gennaio e febbraio 2026, l’imbrattamento risulta veramente minimo, complice il naturale rallentamento del ciclo biologico dell’insetto con l’abbassamento delle temperature.
Sorprendentemente, le conseguenze sulla biodiversità urbana vengono definite minime, se non addirittura, in circostanze specifiche, paradossalmente vantaggiose. Sebbene l’idea di un parassita che porta benefici possa sembrare un controsenso, in natura le risorse vengono sempre riutilizzate. Per le specie animali non molto specializzate, la melata si trasforma in una risorsa alimentare imprevista e abbondante. Diversi organismi viventi, tra cui insetti, uccelli e piccoli mammiferi, trovano in questi zuccheri un nutrimento accessibile, integrando la coltre appiccicosa nella rete trofica cittadina. Inoltre, stando ai rilevamenti attuali, non risultano danni sistemici o impatti di rilievo a lungo termine sulla vegetazione sottostante dei grandi parchi e dei giardini storici, smentendo i timori di un soffocamento generalizzato del sottobosco romano. Questo dettaglio ci invita a guardare alla crisi con occhi da ecologi, valutando le reazioni a catena senza farci guidare unicamente dal disagio urbano.
A complicare ulteriormente il quadro, oltre all’emergenza fitosanitaria, si aggiungono le sfide poste dai cambiamenti climatici e dalla conformazione stessa di questi alberi. Aggiunge infatti l’Assessora Alfonsi: “È necessario inoltre considerare che gli eventi atmosferici di portata superiore all’ordinario, gli interventi antropici e l’elevata età hanno messo in evidenza alcune criticità che questa specie presenta in misura maggiore di altre. Questo richiede di attivare interventi mirati di controllo sugli esemplari presenti in città, proprio perché la caratteristica dei loro apparati radicali, che si sviluppano prevalentemente in orizzontale, e la particolare capacità delle chiome di trattenere grandi quantità di acqua in caso di piogge prolungate, li rendono maggiormente instabili rispetto ad altre specie”. Conclude: “Abbiamo deciso, quindi, di attivare un focus specifico sui pini con tutto il mondo scientifico per capire se, oltre alle pratiche agrotecniche già comunemente adottate, possono essere adottate ulteriori metodologie di cura per conservarli con maggiori garanzie di sicurezza”.
La battaglia per i pini di Roma è dunque ben lontana dall’essere conclusa. La minaccia della Toumeyella parvicornis ha scoperchiato la fragilità del nostro ecosistema urbano, costringendoci a riflettere sul valore inestimabile del capitale naturale che diamo troppo spesso per scontato. Non stiamo perdendo solo dei simboli da cartolina, ma stiamo compromettendo la capacità della città di resistere ai cambiamenti climatici, perdendo oasi di frescura e alterando il microclima dei nostri quartieri.
