31 Marzo 2026
/ 31.03.2026

Povertà dei trasporti: riguarda oltre 7 milioni di italiani

Non è solo una questione di mobilità, ma di accesso ai diritti. Il primo Green Paper sul tema fotografa un’Italia in cui milioni di persone faticano a spostarsi per lavorare, studiare o curarsi

C’è una forma di povertà che raramente finisce al centro del dibattito pubblico, ma che incide ogni giorno sulla vita di milioni di persone: è la povertà dei trasporti. Non riguarda solo chi non può permettersi un’auto o un abbonamento, ma anche chi vive in territori dove i mezzi non ci sono, o sono insufficienti. Secondo il primo Green Paper sul fenomeno in Italia, presentato dal Transport Poverty Lab e promosso dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, oltre 7 milioni di cittadini si trovano in questa condizione. Un numero che basta da solo a far capire che non si tratta di un problema marginale, ma di una questione strutturale.

La povertà dei trasporti nasce dall’incrocio di due fattori: la difficoltà economica e la carenza di servizi. In alcuni casi si sommano, creando le situazioni più critiche: famiglie con redditi bassi che vivono in aree isolate, dove spostarsi è complicato e costoso.

Il rapporto stima che circa 1,2 milioni di famiglie si trovino proprio in questa doppia condizione: rischio povertà e spese di mobilità elevate. Ma il problema è molto più ampio. In totale, 7,3 milioni di persone risiedono in zone con un’offerta di trasporto pubblico insufficiente.

Il divario territoriale è netto. In alcune aree del Sud la disponibilità di trasporto locale scende sotto i 200 posti-km per abitante, mentre a Milano si superano i 16 mila. Due mondi diversi dentro lo stesso Paese.

Quattro Italie della mobilità

Per capire meglio il fenomeno, lo studio individua quattro profili di cittadini. Ci sono quelli più vulnerabili, dove alla scarsità economica si somma l’assenza di alternative. Poi chi ha risorse sufficienti ma vive in territori mal collegati, spesso costretto a usare l’auto anche quando non vorrebbe. Esistono anche situazioni opposte: persone che vivono in città ben servite ma non riescono a sfruttare i servizi per ragioni economiche o fisiche. E infine chi ha sia accesso che capacità: una minoranza, ma anche un modello di riferimento.Il punto è che la mobilità non è solo infrastruttura o reddito: è l’interazione tra le due cose.

Il tema si intreccia con la transizione ecologica. Le politiche europee per ridurre le emissioni, come l’estensione del mercato del carbonio ai trasporti, rischiano di pesare proprio su chi è già più fragile. È quella che viene definita “vulnerabilità indotta”.

Per evitare questo effetto, l’Unione europea ha previsto il Fondo Sociale per il Clima, con circa 85 miliardi di euro tra il 2026 e il 2032, di cui circa 9 destinati all’Italia. Risorse che dovrebbero servire a rendere la transizione sostenibile anche sul piano sociale, non solo ambientale.

Le leve per uscire dalla trappola

Le soluzioni individuate dal rapporto puntano su due direttrici: rendere più accessibili i mezzi a basse emissioni e rafforzare i servizi di mobilità sostenibile. Non basta incentivare l’acquisto di veicoli elettrici se poi mancano le alternative all’auto privata.

Tra le misure proposte ci sono incentivi mirati, formule di leasing sociale, abbonamenti agevolati e lo sviluppo della mobilità condivisa. Ma soprattutto emerge una priorità: investire nel trasporto pubblico, soprattutto nelle aree oggi più scoperte.Perché senza un’offerta adeguata, anche il miglior bonus rischia di restare inutilizzato.

La povertà dei trasporti non è solo un problema logistico. Significa rinunciare a opportunità di lavoro, a percorsi di studio, a servizi sanitari. In altre parole, significa limitare diritti fondamentali.Ed è qui che il tema diventa politico, nel senso più pieno del termine. Non si tratta solo di spostare persone, ma di garantire accesso, inclusione e pari opportunità. In un Paese che punta alla transizione ecologica, ignorare questo nodo sarebbe un errore strategico. Perché senza equità, anche la sostenibilità rischia di restare una parola vuota.

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