Una mobilitazione ampia, numericamente rilevante e politicamente trasversale. Oltre 400 mila cittadine e cittadini hanno sottoscritto le quattro petizioni promosse da Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e Wwf per chiedere al Parlamento di fermare le modifiche alla legge 157/92 sulla tutela della fauna selvatica. Le firme sono state consegnate simbolicamente a Palazzo Madama, durante una conferenza stampa promossa dal senatore Nicola Irto.
La richiesta è: ritirare il disegno di legge che dà via libera alle doppiette, non ampliare l’elenco delle specie cacciabili, escludere quelle in cattivo stato di conservazione, vietare pratiche crudeli come la cattura di uccelli selvatici e l’uso dei richiami vivi. Sullo sfondo, una richiesta più ampia: riaffermare la centralità della scienza indipendente e del principio di precauzione, rafforzare la tutela della biodiversità e aumentare le garanzie di sicurezza per chi vive e frequenta aree rurali, montane e periurbane.
I nodi più controversi
Le associazioni ambientaliste e animaliste parlano di “stravolgimento” dell’impianto normativo. Tra i punti più contestati figurano l’allargamento delle specie cacciabili, l’estensione dei periodi di caccia e la possibilità di aumentare gli spazi aperti all’attività venatoria, includendo aree demaniali, boschi, valichi montani e territori ad alta fruizione turistica. Critiche anche alla riapertura ai richiami vivi, pratica già oggetto di procedure d’infrazione europea, e al ridimensionamento del ruolo dell’ISPRA a vantaggio del Comitato tecnico faunistico venatorio, ritenuto troppo sbilanciato verso il mondo venatorio.
Il tema sicurezza pesa quanto quello ambientale. Le organizzazioni ricordano la crescita del turismo outdoor: milioni di italiani scelgono trekking, cicloturismo ed escursionismo, con decine di milioni di presenze stimate ogni anno. La convivenza tra attività ricreative e uso di armi da fuoco negli stessi territori, sostengono, richiede più regole e prevenzione del rischio, non un allentamento delle tutele.
“I sondaggi commissionati a Ipsos e Istituto Piepoli indicano che l’85% degli italiani ritiene la caccia un rischio per la sicurezza, il 78% la considera eticamente inaccettabile e il 94% chiede che sia abolita o fortemente limitata“, aggiunge Pier Giovanni Capellino, fondatore e presidente di Fondazione Capellino. “Il nostro prossimo passo sarà di presentare ora il documento programmatico 2026–2032 e annunciare entro l’anno un Libro Bianco sulla biodiversità. Tra le proposte: stop fino al 2032 a nuove licenze, stop al turismo venatorio, riduzione delle giornate di caccia, tesserino digitale e registro nazionale gestito da Ispra, stop al piombo e riconversione di 5 milioni di ettari a uso agricolo biologico e turismo naturalistico. Il programma punta inoltre alla conversione fino all’80% dei suoli agricoli a biologico e agroecologia, alla riduzione del 75% del consumo di suolo entro il 2029 e a misure fiscali a sostegno della biodiversità. Il documento sarà presentato anche a livello europeo per promuovere un modello economico che metta la natura al centro delle politiche pubbliche”.
Le voci dal Senato
All’incontro hanno partecipato numerosi parlamentari di diversi schieramenti: oltre a Irto, le senatrici Elena Sironi e Gisella Naturale per il Movimento 5 Stelle, i senatori Michele Fina e le deputate Patrizia Prestipino ed Eleonora Evi per il Partito Democratico, e la senatrice Michaela Biancofiore di Civici d’Italia, che ha espresso una posizione critica verso il ddl.
Antonino Morabito ha parlato di cittadini “fortemente preoccupati per il possibile allentamento delle tutele”. Dante Caserta ha ribadito che biodiversità e natura “non sono negoziabili”, richiamando anche il nuovo dettato costituzionale. Giovanni Albarella ha definito “paradossale” l’idea che la caccia possa concorrere alla protezione della biodiversità.
Le proposte alternative
Fondazione Capellino, Legambiente, Lipu e WWF Italia suggeriscono di accantonare il ddl e concentrarsi su misure di equilibrio: divieto di caccia a distanze minime da abitazioni e sentieri, stop nei giorni di massima fruizione collettiva, obbligo di dispositivi ad alta visibilità e sistemi di tracciabilità digitale, destinazione di una quota significativa delle tasse venatorie ai controlli sul territorio.
La cornice, ricordano, è cambiata: la tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi è ora tra i principi fondamentali della Costituzione. E in questo quadro, concludono, sicurezza dei cittadini e protezione della fauna selvatica devono restare priorità non comprimibili.
