Riuscite a immaginare un mondo in cui le fibre delle piante come lino, canapa, ortica e ginestra non siano più considerate soltanto degli scarti, ma una materia prima nobile, pronta a sostituire la plastica, a ridurre il consumo idrico e a dare nuova vita a culture che fino a poco tempo fa erano considerate marginali? La startup Sylfib ha tracciato una strada verso questo obiettivo mettendo a punto un bioreattore modulare capace di trasformare gli scarti vegetali in fibre ad alte prestazioni, con un impatto ambientale drasticamente ridotto.
L’anima dell’innovazione è un contenitore-modulo di dimensioni piuttosto ridotte, gestito da sensori e algoritmi, che conduce un processo di macerazione microbiologica (senza l’impiego di enzimi o additivi chimici) per estrarre la cosiddetta “fibra nobile”. È un procedimento naturale che consuma fino al 95% in meno d’acqua rispetto ai metodi tradizionali, che utilizzano soda caustica o trattamenti chimici. Le fibre ottenute, poi, possono essere orientate verso diversi impieghi, dal tessile all’edilizia, dalla carta alle bioplastiche.
Una storia che parte “dal basso”
La startup nasce nel gennaio del 2024, ma i tre soci fondatori – Emanuele Bertolotti (Ceo), Marco Errani e Flavio Cammi – lavoravano al prototipo già dal 2021. Un altro elemento cruciale è la valorizzazione delle colture alternative, come canapa, lino, ginestra e ortica: tutte piante che oltre a crescere molto velocemente richiedono poca acqua e pochi trattamenti, e possono essere coltivate anche in terreni marginali. La canapa, in particolare, è in grado di rigenerare il suolo e assorbire importanti quantità di CO2. Insomma, una qualità che la rende una vera e propria alleata nella lotta al cambiamento climatico.
Un ulteriore punto di forza del progetto è legato alla sua replicabilità: il bioreattore può essere prodotto in diversi formati e installato in licenza presso le aziende che preferiscono agire in autonomia.
In questo senso, uno degli esempi più stimolanti riguarda una cartiera a Fabriano che utilizza le fibre di canapa fornite da Sylfib per produrre carta da packaging più sostenibile: una carta più resistente, che difficilmente ingiallisce, e che può essere riciclata fino a venti volte.
Tra sfide e potenzialità
Restano sfide ancora da affrontare. La prima riguarda la capacità produttiva: ad oggi esiste un prototipo, per rispondere alle richieste delle filiere industriali occorrerà aumentare la scala di produzione. Un altro aspetto è la competitività economica: le fibre vegetali valorizzate dal bioreattore devono poter competere, anche in termini di costi, con materiali tradizionali, plastica compresa. Infine la questione dell’accettazione da parte del mercato: tessiture, cartiere, produttori di biocomposti dovranno essere disponibili a rivedere parte dei loro processi e delle loro abitudini. Il che, si traduce in un cambio di approccio, nella modifica delle catene di fornitura consolidate e nell’accoglienza di un materiale nuovo. Infine, c’è il tema della logistica e della materia prima: raccogliere, trasportare e lavorare colture di questo tipo richiede una gestione efficiente per evitare che l’impatto positivo venga vanificato da costi energetici e ambientali aggiuntivi.
Ma è proprio dietro queste grandi sfide che sta la forza del progetto, L’obiettivo è trasformare uno scarto in valore, un rifiuto in materia prima. Ogni capo di abbigliamento realizzato con fibre vegetali riciclate, ogni pannello isolante fatto di canapa, ogni confezione in carta che sostituisce un imballaggio di plastica è una scelta concreta a favore dell’ambiente. E significa dimostrare che le risorse non devono essere prelevate e consumate fino all’esaurimento, ma possono essere reinventate.
