3 Marzo 2026
/ 3.03.2026

Quante guerre ancora prima che l’Europa impari a essere autonoma?

Ogni volta i governi giurano che smetteranno, che si libereranno dalla dipendenza dai combustibili fossili. E ogni volta, appena la tensione si allenta, ci ricascano

Sembra una coazione a ripetere. Da più di mezzo secolo le guerre che ruotano attorno a petrolio e gas mettono in ginocchio l’economia del continente: si va dalle due crisi energetiche degli anni Settanta all’Ucraina e ora all’Iran. Ogni volta i governi giurano che smetteranno, che si libereranno dalla dipendenza dai combustibili fossili. E ogni volta, appena la tensione si allenta, ci ricascano. Quante guerre serviranno ancora perché l’Europa impari a essere autonoma?

A giudicare dal passato le speranze di una disintossicazione energetica rapida sono poche. Ma se guardiamo il futuro la prospettiva cambia. Nel 2024 le rinnovabili hanno coperto circa il 25,2% dei consumi energetici complessivi dell’Unione: è un livello lontano dall’autonomia, ma racconta una traiettoria reale. E nel settore elettrico il segnale è ancora più chiaro: nel 2025 eolico e solare hanno prodotto insieme circa il 30% dell’elettricità dell’UE, superando – anche se di poco – la quota dei combustibili fossili, intorno al 29%. Significa che la tecnologia è matura e la scala industriale c’è.

Il problema è trasformare quel sorpasso in un vantaggio strutturale. Perché l’elettricità è solo una parte del sistema energetico, e perché senza reti adeguate e capacità di accumulo l’aumento di rinnovabili può andare a sbattere contro colli di bottiglia tecnici e burocratici. Se l’energia pulita cresce ma la rete non regge, a entrare in campo è ancora il gas, anche a causa dell’inerzia di un sistemadei prezzi ingessato. Per superare la difficoltà bisogna agire su vari fronti: ampliare reti, stoccaggi e flessibilità; aumentare la quota delle rinnovabili; investire nella ricerca; promuovere offerte di mercato che garantiscono prezzi stabili nel lungo periodo.

A frenare il processo non sono difficoltà tecnologiche né finanziarie. Il problema è un sistema autorizzativo e gestionale fortemente influenzato dagli interessi consolidati dell’industria fossilee dai governi che la rappresentano, a partire da quelli delle due superpotenze nucleari. L’ultimo atto ostile nei confronti del progresso tecnologico e scientifico è di questi giorni, con il tentativo della Casa Bianca di mettere sotto tutela una struttura prestigiosa come l’International Energy Agency. Nell’ultima riunione ministeriale dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il comunicato finale non è stato adottato perché gli Stati Uniti hanno contestato il riferimento esplicito all’obiettivo delle emissioni nette zero. Washington ha spinto per un testo centrato sulla sicurezza degli approvvigionamenti e sulla stabilità dei mercati, ridimensionando il peso della transizione climatica. Il risultato è stato uno stallo che segnala quanto il mandato dell’Agenzia sia oggi attraversato da tensioni politiche profonde.

Per l’Europa c’è ancora una finestra aperta ma è stretta. L’UE ha già messo nero su bianco un obiettivo di rinnovabili al 2030 del 42,5%: è una soglia ambiziosa e, proprio per questo, utile come bussola industriale. Ma per avvicinarla non bastano annunci. Servono tempi certi per autorizzazioni e connessioni, piani di rete coerenti tra Paesi, investimenti su accumuli e domanda flessibile, una strategia che estenda il perimetro della decarbonizzazione coinvolgendo trasporti e abitazioni.

Un’Europa più green non è solo un’Europa “più virtuosa”, è un’Europa più autonoma. Ogni punto percentuale guadagnato sulle rinnovabili e sull’efficienza è un pezzo di vulnerabilità in meno rispetto a conflitti, strozzature marittime e ricatti delle materie prime. La guerra in Iran dimostra che continuare a dipendere dai combustibili fossili è una scelta strategicamente costosa. Ma, numeri alla mano, una strada praticabile per ridurre quel costo esiste.

CONDIVIDI

Continua a leggere