Roma potrebbe presto raccontare una delle sue storie più imponenti non dentro un edificio, ma attraversando la città. È l’idea alla base del progetto di un museo diffuso dedicato alle Mura Aureliane, che prende forma da quattro porte simboliche: Porta San Sebastiano, Porta San Paolo, Porta San Pancrazio e Porta Pia. Quattro varchi, quattro epoche, un unico racconto che attraversa quasi diciotto secoli di storia urbana.
La proposta nasce in ambito accademico e scientifico, ed è stata messa nero su bianco nel corso di un convegno promosso dai tre atenei romani insieme alla Sovrintendenza Capitolina. L’obiettivo è trasformare alcune delle porte più significative delle Mura in tappe di un percorso museale capace di restituire senso, continuità e visibilità a un monumento che, pur essendo tra i più estesi e meglio conservati dell’antichità, resta spesso ai margini dello sguardo quotidiano.
Il filo narrativo
Il filo narrativo partirebbe da Porta San Sebastiano, una delle più antiche, legata alla costruzione originaria delle Mura nel III secolo dopo Cristo, per poi passare a Porta San Paolo, che racconta l’evoluzione della città imperiale e medievale (nonché una delle pagine più importanti della resistenza all’occupazione nazista). Porta San Pancrazio aprirebbe una finestra sull’Ottocento e sulla stagione della Repubblica Romana del 1849, mentre Porta Pia chiuderebbe il percorso con la svolta di Roma capitale dopo il 1870.
Non si tratta, però, di “imbalsamare” le Mura o di trasformarle in un reperto da osservare a distanza. Al contrario, l’idea è quella di farne un’infrastruttura culturale viva, accessibile, integrata nel tessuto urbano e nella vita quotidiana. Le porte diventerebbero luoghi di racconto, didattica, divulgazione, ma anche punti di orientamento e riconoscibilità in una città spesso difficile da leggere.
Dodici chilometri
Il progetto culturale si intreccia inevitabilmente con una questione strutturale e urgente: la conservazione. Dei circa 19 chilometri originari della cinta muraria, oggi ne restano poco più di 12, spesso poggiati su terreni fragili, soggetti a infiltrazioni, cedimenti e stress ambientali. I cambiamenti climatici, l’inquinamento, le vibrazioni del traffico e una manutenzione storicamente discontinua hanno trasformato le Mura in un gigante vulnerabile.
Negli ultimi anni qualcosa si è mosso, anche grazie ai fondi del PNRR, che hanno finanziato sei interventi su diversi tratti per un totale di circa 2,5 chilometri. Un passo avanti, ma ancora insufficiente rispetto alla scala del problema e alla complessità archeologica dei luoghi. I lavori procedono, non senza difficoltà, tra ritardi, cantieri urbani e interferenze con proprietà private che in alcuni casi impediscono persino l’accesso ai paramenti murari.
Il museo diffuso, in questo senso, non sarebbe solo un’operazione culturale, ma anche uno strumento di governance: rendere le Mura visibili significa renderle difendibili, monitorabili, riconosciute come patrimonio collettivo. Anche le nuove tecnologie possono fare la loro parte, dai rilievi tridimensionali alle analisi satellitari che già oggi misurano spostamenti millimetrici e deformazioni strutturali.
