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Cronaca, Economia

Rasiglia sta bene senza connessione?

22.03.2024

In Italia ogni miliardo di euro investito in infrastrutture a banda larga avrebbe generato effetti moltiplicativi su produzione, occupazione e valore aggiunto. Ma siamo in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Connettere è un’operazione onerosa per i gestori.

Rasiglia è il cuore dell’Italia, e anche il simbolo dei suoi problemi digitali: località umbra meta di turisti tutto l’anno, è anche la capitale nazionale di un mondo senza connessioni. Perché a Rasiglia telefonare, navigare su internet e pagare con un Pos è praticamente impossibile. Insomma: siamo un Paese senza fibra, o quantomeno una nazione in cui i piani di modernizzazione si scontrano con gli abituali ritardi o con il pressapochismo delle previsioni. La Corte dei conti, infatti, ha richiamato il Governo relativamente agli investimenti del PNRR sul Piano Banda Ultra Larga, il progetto che dovrebbe portare il collegamento internet veloce a oltre 8 milioni di abitazioni in Italia e che invece è molto indietro. Perché l’Italia, questa è la notizia, ha molte montagne.

Il Piano BUL (questo l’acronimo) ha in pratica registrato una dilatazione dei tempi medi delle fasi procedurali e uno spostamento in avanti della sua concreta attuazione. E l’obbiettivo di coprire circa 6,3 milioni di unità immobiliari con tecnologia Fiber To The Home (FttH), 2,1 milioni con tecnologia Fixed Wireless Access (FwA) e quasi 30.000 tra sedi pubbliche e aree industriali in 7.413 comuni italiani, ha raggiunto solo una parte dei risultati attesi: solo il 54% del target finale nel primo caso, e solo il 62% del terzo. Ed anche se oltre 2,2 milioni di unità immobiliari sono in fase di lavorazione, i ritardi si fanno sentire soprattutto nell’implementazione della tecnologia FwA, quella che permette di collegarsi alla fibra ottica attraverso delle antenne radio. Rasiglia, insomma, non è solo un caso isolato: «Far passare i cavi dalle colonnine alle abitazioni – hanno spiegato i tecnici – è un’operazione onerosa per i gestori. Il cui costo, di qualche centinaio di euro, viene a volte addebitato alle utenze». E qui sta il punto: la difficoltà di arrivare in scenari dove i lavori diventano non convenienti per operatori e clienti.

I ritardi registrati finora sono stati gestiti tramite l’applicazione di penali per 54,6 milioni di euro, ma la Corte dei Conti rileva che questo non basta: in alcune località è ormai tardi per chiudere le opere nel tempo previsto (settembre 2024), anche per la scarsità di manodopera specializzata. Ci vuole dunque un nuovo cronoprogramma per chiudere in tempi rapidi, con un controllo sul rispetto delle nuove scadenze. Anche perché ci sono ricadute dal punto di vista economico: uno studio effettuato nel 2022 dalla Luiss con l’operatore WindTre rilevava che in Italia ogni miliardo di euro di investimento in infrastrutture a banda larga avrebbe generato effetti moltiplicativi sul valore della produzione (di oltre 2,5 miliardi di euro), su occupazione (di oltre 15.000 unità) e sul valore aggiunto (di un miliardo di euro). E che il nostro Paese paga 3 per cento di Pil per il gap che è del 20% sulla media europea per diffusione di internet veloce, con un ulteriore danno del 3,2% sul pil pro capite dovuto allo scostamento tra i limiti elettromagnetici italiani, eccessivamente ridotti, e quelli europei. Due anni dopo il mondo corre e noi siamo ancora senza fibra.

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