Sotto le colline della Sabina, dove il paesaggio alterna ulivi e rocce di tufo, l’archeologia ha riportato alla luce un antico acquedotto romano. La scoperta è avvenuta a Montopoli di Sabina, in provincia di Rieti, ed è legata alla Villa dei Casoni, complesso residenziale di età repubblicana che da oltre due secoli alimentava domande sulla sua rete di approvvigionamento idrico.
Per generazioni, studiosi e appassionati avevano ipotizzato la presenza di canalizzazioni sotterranee. Le fonti storiche parlavano genericamente di “acquedotti molto antichi” e di una sorgente evocativa, la cosiddetta Fonte Varrone. Mancava però una prova concreta, un rilievo capace di trasformare suggestioni e racconti in dati archeologici verificabili. Oggi quel vuoto si colma grazie alle indagini coordinate dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio e al contributo del Gruppo Speleo Archeologico Vespertilio.
Un meccanismo raffinato
Le esplorazioni hanno rivelato un articolato sistema di cunicoli scavati nel conglomerato naturale, a circa 300 metri dalla villa. Non semplici passaggi, ma una vera infrastruttura idraulica progettata per captare e drenare le acque di più sorgenti. L’acqua veniva convogliata verso una cisterna dove i sedimenti si depositavano prima della distribuzione agli ambienti residenziali. Un meccanismo raffinato, che garantiva continuità e qualità della risorsa, alimentando terme, ninfei, fontane e giardini.
Il dato tecnico colpisce quanto quello storico. La tipologia costruttiva e alcune soluzioni ingegneristiche suggeriscono che il primo nucleo del sistema possa precedere la piena romanizzazione dell’area. L’ipotesi è che una struttura idraulica più antica, forse legata a un insediamento sabino, sia stata successivamente integrata e ampliata con la costruzione della villa romana. Se confermata, questa lettura disegnerebbe una continuità d’uso del territorio che attraversa culture diverse, mostrando come Roma abbia spesso assorbito e perfezionato competenze locali.
Un laboratorio ideale
La Villa dei Casoni emerge così come un laboratorio ideale per comprendere il rapporto tra élite, tecnologia e paesaggio nell’Italia centrale. Sulle terrazze degradanti del complesso, l’acqua non era solo una necessità pratica: era comfort, estetica, rappresentazione del potere. Un flusso costante che trasformava lo spazio domestico in scenografia, tra giochi d’acqua, ambienti termali e architetture ornamentali.
Determinante, in questa fase di studio, l’impiego di tecnologie non invasive. I rilievi LiDAR permettono di mappare cunicoli e strutture sotterranee con precisione millimetrica, restituendo una visione tridimensionale dell’intero sistema senza ricorrere a scavi estensivi. Un approccio che tutela il contesto e accelera la comprensione scientifica, connettendo ciò che è invisibile sotto terra con ciò che resta visibile in superficie.
Il significato della scoperta va oltre il fascino del ritrovamento. Racconta di una gestione dell’acqua sofisticata, di una capacità ingegneristica che dialogava con la geologia e di una cultura materiale in cui infrastruttura e paesaggio erano parte dello stesso progetto. In tempi segnati da siccità, crisi idriche e adattamento climatico, queste gallerie antiche ricordano che l’acqua è sempre stata una questione di intelligenza territoriale.
