L’idea sembra un paradosso: il pianeta si scalda, ma il Nord Europa rischia di congelare. Eppure è uno scenario più volte analizzato e ora emerge da un nuovo rapporto del Consiglio dei Ministri Nordici, che mette nero su bianco una possibilità tutt’altro che teorica: il collasso della Circolazione Meridionale Atlantica, nota come AMOC.
L’AMOC è una delle grandi “pompe” climatiche del Pianeta. Include anche la celebre Corrente del Golfo e trasporta enormi quantità di calore dai tropici verso l’Atlantico settentrionale, regalando al Nord Europa un clima insolitamente mite rispetto alla sua latitudine. Senza questo nastro trasportatore oceanico, Londra avrebbe un clima più simile a quello del Labrador che a quello attuale. Non proprio l’ideale per tè delle cinque e weekend al parco.
La corrente che tiene caldo il Nord
Il problema, spiegano gli esperti, è che il cambiamento climatico sta indebolendo questa circolazione. La fusione accelerata dei ghiacci della Groenlandia immette grandi quantità di acqua dolce e fredda nell’Atlantico del Nord, rendendo più difficile l’affondamento delle acque salate e calde che alimenta il motore dell’AMOC. È un meccanismo fisico ben noto.
Il rapporto avverte che ogni ulteriore aumento della temperatura globale rispetto ai livelli attuali fa crescere la probabilità di un collasso completo. Non domani mattina, ma l’inizio del processo potrebbe avvenire su scale temporali non rassicuranti. Continuare a scaldare il Pianeta significa giocare con un interruttore climatico di cui non controlliamo bene le conseguenze.
Freddo estremo in un mondo più caldo
Se l’AMOC dovesse fermarsi o ridursi drasticamente, l’effetto sarebbe un raffreddamento marcato in Norvegia, Svezia, Finlandia, Danimarca, oltre che in Regno Unito e Irlanda. Anche Groenlandia e Islanda subirebbero cambiamenti profondi. Paradossalmente, mentre queste regioni si raffredderebbero, gran parte del resto del mondo continuerebbe a scaldarsi.
Negli ultimi anni alcuni studi hanno ipotizzato scenari estremi: temperature invernali fino a –20 °C a Londra e quasi –50 °C a Oslo. Valori che oggi sembrano fantascienza, ma che servono a dare la misura dell’impatto potenziale. Anche senza arrivare a questi estremi, un calo medio di pochi gradi sarebbe sufficiente a stravolgere ecosistemi, agricoltura, infrastrutture ed economie costruite su un clima relativamente stabile.
Non è “The Day After Tomorrow“
Gli scienziati ci tengono a precisarlo: non stiamo parlando di un collasso improvviso in stile blockbuster hollywoodiano. È più probabile un indebolimento progressivo, con effetti cumulativi. Ma proprio per questo il rischio è sottovalutare il problema: niente scene spettacolari, solo decenni di inverni più rigidi, estati più instabili e un clima sempre meno prevedibile.
Il rapporto del Consiglio dei Ministri Nordici e le analisi rilanciate da Carbon Brief insistono su un punto: l’AMOC è uno dei grandi sistemi di stabilità del clima terrestre. Indebolirlo significa aumentare l’incertezza, non solo per il Nord Europa ma per l’intero pianeta.
Il cambiamento climatico non è solo “più caldo ovunque”. È un rimescolamento profondo dei meccanismi che regolano il clima. Pensare che riguardi solo ondate di calore e siccità è un errore. In un mondo che si scalda, alcune regioni possono raffreddarsi drasticamente.
È una lezione scomoda, ma utile: ridurre le emissioni non serve solo a evitare il caldo estremo, ma anche a non spegnere quei delicati equilibri che, da millenni, tengono abitabile una parte del Pianeta.
