C’è chi, uscito dall’esame con un risultato sotto le aspettative, se l’è presa con l’ansia. O con una domanda andata storta. Ora entra in scena un altro possibile imputato: il polline. Un ampio studio condotto in Finlandia suggerisce che l’esposizione ai pollini nei giorni delle prove finali può incidere – anche se in misura contenuta – sui risultati scolastici, con effetti più evidenti nelle materie scientifiche.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Epidemiology & Community Health, ha analizzato i dati di 92.280 studenti che tra il 2006 e il 2020 hanno sostenuto l’esame nazionale di immatricolazione nelle aree metropolitane di Helsinki e Turku. In totale sono stati esaminati 156.059 punteggi relativi a finlandese, storia e studi sociali, matematica, fisica e chimica. I ricercatori hanno incrociato i risultati con i livelli giornalieri di polline di ontano (Alnus) e nocciolo (Corylus avellana), piante che in Finlandia fioriscono proprio nel periodo degli esami primaverili.
I livelli di polline, espressi in grani per metro cubo d’aria, sono stati classificati come bassi (1-10), moderati (10-100) o abbondanti (oltre 100). Nel periodo considerato il picco medio giornaliero dell’ontano ha raggiunto 521 granelli per metro cubo in un giorno d’esame; per il nocciolo 57. I dati sono stati integrati con informazioni su Pm2.5, ozono, biossido di azoto, temperatura e precipitazioni.
Prurito, lacrime e sonno disturbato
Nei giorni con presenza di polline – sia a livelli bassi sia elevati – i punteggi sono risultati inferiori rispetto ai giorni senza polline. Un aumento di 10 granelli di ontano è stato associato a una riduzione media di 0,042 punti su una scala 0-66; per il nocciolo la riduzione è stata di 0,17 punti. Effetti piccoli sul singolo studente, ma statisticamente significativi su larga scala. L’impatto è apparso più marcato nelle materie matematiche, che richiedono precisione e concentrazione sostenuta. Per l’ontano l’associazione negativa è risultata significativa soprattutto tra le studentesse; per il nocciolo, nei punteggi matematici dei maschi.
Non è una sorpresa che la rinite allergica possa compromettere sonno, attenzione e umore. I sintomi – congestione nasale, prurito, lacrimazione – disturbano il riposo e aumentano la fatica cognitiva. La novità è l’aver misurato l’effetto in un contesto ad alta posta in gioco come un esame nazionale.
Il cambiamento climatico può amplificare l’esposizione
Il quadro si inserisce in una tendenza più ampia. Le allergie respiratorie sono in aumento in molti Paesi industrializzati. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Allergic Rhinitis and its Impact on Asthma (ARIA), la rinite allergica colpisce fino al 20-30% della popolazione europea. In Italia le stime parlano di milioni di persone con sintomi stagionali.
Diversi studi hanno ipotizzato un legame tra inquinamento atmosferico e incremento delle allergie: le polveri sottili e gli ossidi di azoto possono alterare i granuli pollinici, aumentarne il potenziale allergenico e facilitare la penetrazione nelle vie respiratorie. Una revisione pubblicata su The Lancet Planetary Health ha evidenziato come l’inquinamento urbano sia associato a un aumento del rischio di sviluppare asma e rinite allergica nei bambini. Anche l’Agenzia europea dell’ambiente ha sottolineato che il cambiamento climatico, con stagioni polliniche più lunghe e intense, può amplificare l’esposizione.
In un’epoca in cui si discute molto di equità educativa, anche l’aria che si respira entra nella partita. Non basta studiare: a volte serve pure che l’ontano tenga a bada i suoi pollini.
