Nel giro di poche ore, due tribunali americani hanno messo sotto accusa il cuore del modello dei social network. A Los Angeles una giuria ha stabilito che Meta e Google hanno una responsabilità per danni psicologici subiti da una giovane utente, condannandole a un risarcimento di 3 milioni di dollari. Quasi in contemporanea, a Santa Fe, un’altra giuria ha inflitto a Meta una sanzione ben più pesante: 375 milioni di dollari per non aver tutelato i minori.
Due decisioni diverse, ma unite da un filo comune: il riconoscimento che le piattaforme non sono semplici strumenti neutri, bensì ambienti che possono generare dipendenza e conseguenze concrete sulla salute mentale.
Il caso della ventenne e la dipendenza precoce
Al centro della sentenza californiana c’è la storia di una ragazza di 20 anni che ha iniziato a usare YouTube a 6 anni e Instagram a 11, sviluppando nel tempo una dipendenza definita “tossica”. La giuria ha ritenuto che le piattaforme abbiano contribuito allo sviluppo di ansia, depressione e pensieri suicidi, stabilendo un primo risarcimento da 3 milioni di dollari, suddiviso tra Meta per il 70% e Google per il 30%.
Il caso è considerato un banco di prova per oltre duemila cause simili già avviate negli Stati Uniti, legate all’impatto dei social sui minori.
Algoritmi e contenuti: il nodo della responsabilità
Le sentenze si concentrano su un punto chiave: il funzionamento degli algoritmi. Secondo quanto emerso nei processi, le piattaforme avrebbero favorito contenuti capaci di trattenere l’utente il più a lungo possibile, anche quando questo significava esporre i più giovani a materiali inappropriati o a dinamiche dannose.
Nel procedimento del New Mexico, gli investigatori hanno simulato profili minorenni, mostrando come fosse possibile entrare in contatto con contenuti sessualizzati e con utenti pericolosi. La giuria ha quindi riconosciuto migliaia di violazioni delle norme sulla tutela dei consumatori, quantificate fino a 5 mila dollari ciascuna, da cui deriva il maxi risarcimento di 375 milioni.
Un impatto economico limitato, ma politico enorme
Dal punto di vista finanziario, le cifre non mettono in difficoltà i giganti del web. Il valore di Meta supera i 1.500 miliardi di dollari e il patrimonio personale di Mark Zuckerberg è centinaia di volte superiore al risarcimento imposto. Ma il vero effetto è sistemico. Se anche solo una parte delle oltre duemila cause pendenti dovesse concludersi con esiti simili, il conto complessivo potrebbe crescere rapidamente, costringendo le aziende a modificare profondamente le proprie strategie.
Non è un caso che molti osservatori abbiano richiamato il precedente dell’industria del tabacco. Negli anni Novanta, una lunga serie di cause portò a un accordo da 206 miliardi di dollari e a restrizioni drastiche sul marketing rivolto ai minori. Oggi il parallelo riemerge perché il meccanismo sembra simile: accuse inizialmente controverse, documenti interni che emergono nei processi, e infine una responsabilità riconosciuta in sede giudiziaria.
Verso nuove regole per i social?
Le conseguenze potrebbero andare oltre le aule di tribunale. Negli Stati Uniti si stanno già moltiplicando le iniziative per limitare l’uso degli smartphone nelle scuole e regolamentare l’accesso dei minori alle piattaforme.
Le aziende, intanto, respingono le accuse e annunciano ricorsi, sostenendo che non esistono prove scientifiche definitive di un legame diretto tra social e disturbi mentali. Ma le sentenze di Los Angeles e Santa Fe segnano un punto di non ritorno. Per la prima volta, una giuria riconosce in modo esplicito che il design delle piattaforme può contribuire a creare dipendenza e danni reali.
È un cambio di paradigma che potrebbe ridefinire il rapporto tra tecnologia, utenti e responsabilità. E che, come spesso accade, non sarà deciso solo dall’innovazione, ma dalle regole che la società sceglierà di darsi.
