Stretta fra Trump e Putin, l’Europa appare in sofferenza. Aver delegato la politica estera e la capacità difensiva a Washington ha un costo pesante. E la debolezza mostrata dalla Commissione nella trattativa con la Casa Bianca sui dazi non aiuta: passiamo dal gas di Putin al gas di Trump invece di spingere l’acceleratore su una maggiore indipendenza energetica basata su fonti rinnovabili ed efficienza energetica. Rischiamo di uscire da una dipendenza per entrare in un’altra.
Dietro questa debolezza negoziale tattica c’è un’incertezza strategica. Il dibattito che sta dividendo l’opinione pubblica (più Europa o meno Europa?) nasce dalla mancanza di fiducia nell’immagine che l’Europa ha a lungo proiettato nel mondo guadagnando appeal. Un’immagine positiva basata sull’abbinata welfare e transizione ecologica. L’onda populista, ben foraggiata da Paesi con il Pil basato sui combustibili fossili, prova a mettere i due valori in contrapposizione: invece di welfare più transizione ecologica, welfare contro transizione ecologica. Se questa mossa riuscisse, il continente si avviterebbe in una spirale che alimenterebbe tensioni sempre più violente e una progressiva perdita di innovazione e dunque di capacità economica.
È uno scontro politico determinante per il destino del Vecchio Continente, ma non per lo sviluppo globale dell’economia. La transizione ecologica ormai è avviata. Ed è un processo inarrestabile perché, con la crisi climatica che avanza veloce, viene alimentato da una necessità primaria di sopravvivenza e perché ha attori globali in grado di portare a casa il risultato.
Dopo aver spinto per decenni l’ecodiplomazia verso l’obiettivo necessario della decarbonizzazione, l’Europa trarrà vantaggi economici dall’avanzare della transizione ecologica o il freno populista le farà perdere fatturati e occupazione nei nuovi mercati? L’Europa può trovare il consenso necessario allo sprint decisivo a due condizioni.
La prima è un nuovo patto sociale. La transizione deve essere equa. Cioè includere il maggior numero possibile di persone rafforzando il sistema di educazione, formazione e informazione invece di indebolirlo come sta avvenendo. E offrire una decorosa uscita dal lavoro a chi, soprattutto per motivi anagrafici, si trova tagliato fuori dai processi innovativi.
Questo percorso è necessario ma non scontato perché la parte più estrema delle destre ha scelto la linea di uno scontro frontale basato su teorie irrazionali e onde di fake news mirate a portare l’Europa fuori dalla linea di sviluppo su cui stanno convergendo i nuovi mercati. Una scelta che protegge gli interessi immediati del mondo fossile ma che taglia le gambe al futuro.
La seconda condizione riguarda il rafforzamento del ruolo politico dell’Europa. Dai negoziati con Trump alla posizione sulla guerra continua di Netanyahu contro i suoi vicini l’Unione Europea fatica a trovare una posizione efficace. E ora ha di fronte un bivio: riconoscere o no lo Stato della Palestina.
Finora l’Europa non ha usato il suo potere negoziale (diplomatico, economico, commerciale) per frenare lo sterminio dei palestinesi. Ha assistito inerte alla distruzione volontaria del carico di oltre mille camion di viveri destinati ai palestinesi condannati ad errare senza sosta. All’uso metodico della fame come arma di sterminio. Ai mitragliatori che uccidono i bambini in fila per il cibo. Alle bombe contro i centri di assistenza delle Nazioni Unite. Alle bombe contro le chiese. Alle bombe contro i giornalisti che raccontano i fatti. Ai neonati che muoiono d’inedia a due passi dall’opulenza. Al sistematico assalto di milizie paramilitari israeliane ai villaggi palestinesi in Cisgiordania. È un carico di odio destinato ad alimentare nuovi lutti e nuovi disastri, in una spirale che si avvita delitto dopo delitto.
Di fronte a tutto ciò l’Europa può continuare a parlare di diritto internazionale a singhiozzo, in alcuni casi sì e in altri no? Con che credibilità? C’è un divorzio netto tra il sentire comune degli europei e le posizioni di molti governi tra cui quello italiano. Il riconoscimento dello Stato della Palestina è un banco di prova dell’esistenza di un’Europa capace di far sentire la sua voce. La Palestina è già stata riconosciuta come Stato dalla larga maggioranza dell’umanità: da 147 Paesi che rappresentano i tre quarti delle Nazioni Unite. Cioè da più di 6 miliardi di persone.
La nostra presidente del Consiglio definisce “controproducente” riconoscere lo Stato della Palestina. Come se fosse una mossa avventurista e non un riconoscimento tardivo. Ma 11 Paesi dell’Unione Europea hanno già riconosciuto lo Stato della Palestina. Diventeranno 12 perché la Francia ha annunciato che formalizzerà il riconoscimento all’Assemblea Generale dell’Onu nel settembre 2025. E il numero tende a crescere.
Inoltre le principali capitali europee mandano i primi segnali che vanno in direzione di un rafforzamento del peso del continente. Parigi sta dialogando con Riad per allargare il fronte dei Paesi che riconoscono i due Stati (Israele e Palestina). Gran Bretagna e Francia hanno deciso di coordinare le loro forze per creare una deterrenza nucleare comune. La Germania ha messo mano al portafoglio per rafforzare la difesa europea. La Spagna ha riconosciuto la Palestina e si sta battendo per difendere lo sviluppo green dell’Unione.
L’Italia invece frena sulla transizione ecologica e boccia il riconoscimento dello Stato palestinese, dando a più riprese la sensazione di essere più vicina alla Casa Bianca che a Bruxelles. Punta a un gioco solitario? Nessun Paese europeo, da solo, ha carte da giocare per pesare nella partita economica globale. E il modello del welfare abbinato allo sviluppo green è l’unico che può dare alla Ue un segno vincente nella competizione globale.
L’Europa, per evitare di rimanere schiacciata tra Trump e Putin, ha bisogno di ambizione geopolitica per misurare il suo peso nel mondo rafforzando consenso internazionale e capacità di dialogo economico a tutto campo. E il Medio Oriente è un test importante.