29 Febbraio 2024
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Salute

Svenire aiuta a scoprire altro

Non solo cali di pressione sanguigna a farci perdere i sensi, contribuisce anche l’attivazione di un percorso di alcuni specifici neuroni. La scoperta che dà vita ad altre terapie del tutto nuove.

Perché sveniamo? Una risposta a questa domanda esiste da tempo, incentrata perlopiù sulle cause. Per un calo di pressione di sangue verso il cervello, dovuto a ragioni meccaniche (come la carenza di zuccheri), termiche (è il caso del “colpo di calore”) o anche emotive. Nel frattempo è però arrivata anche una risposta “tecnica”. Un recente studio della University of California di San Diego si è infatti concentrato sui fenomeni che avvengono nel nostro organismo e la cui conseguenza è lo svenimento.

Ciò che gli scienziati hanno dimostrato, grazie a una sperimentazione effettuata in laboratorio con dei topi cavia, è che alla base dello svenimento (o sincope) non c’è una “interruzione” di un processo, bensì esattamente il contrario. Avviene infatti un’attivazione, nello specifico di un percorso neurale. Per essere più chiari: una connessione tra cuore e cervello mediante lo spostamento di alcuni neuroni.
Il fenomeno è questo: un gruppo di neuroni sensoriali si attiva, e collega il cuore al tronco encefalico (cioè il cervello). Quindi lo svenimento è provocato sì dalla minore quantità di sangue che arriva al cervello, ma anche dal “viaggio” di questi neuroni. Lo dimostra ciò che avviene ai topi, visto che dopo l’attivazione di questi neuroni non sono più in grado di muoversi, subiscono una dilatazione delle pupille o la rotazione degli occhi e poi perdono i sensi.

Le due attività sarebbero peraltro connesse tra di loro. La ricerca ha infatti analizzato con attenzione ogni singola cellula del ganglio nodoso, una parte del nervo vago che parte dal tronco encefalico e collega il cervello a diversi organi (cuore incluso). Ebbene: i fatidici neuroni sensoriali sollecitano un recettore che, tra le altre cose, è responsabile della contrazione di piccoli muscoli nei vasi sanguigni.

Non a caso i topi hanno denunciato altri sintomi tipici dello svenimento nell’uomo, come la riduzione della frequenza cardiaca, di quella respiratoria, e anche della pressione sanguigna e dell’afflusso del sangue al cervello. Fortunatamente tali sintomi si protraggono in genere per meno di 60 secondi e non di più. Ciò è vitale per le cellule nervose, le quali se non ricevono ossigeno per un lasso di tempo compreso tra i 2 e i 5 minuti iniziano a morire. Un accorgimento che i ricercatori hanno adottato, quindi, è stato quello di verificare che la sincope nelle cavie non avesse una durata superiore rispetto a quella standard.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista “Nature”, e tra i suoi coautori c’è Vineet Augustine, neurobiologo alla University of California di San Diego, che ha sottolineato:

«In presenza di uno svenimento, la diminuzione del flusso sanguigno c’è. Contemporaneamente, però, il cervello è anche manipolato da circuiti neuronali dedicati».

Kalyanam Shivkumar, cardiologo alla University of California di Los Angeles, è andato anche oltre: «L’analisi di questi percorsi neuronali potrebbe aiutare la ricerca nell’indagine sulle cause cardiache della sincope. Ciò potrebbe dare via anche a terapie dall’approccio completamente nuovo».

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