15 Aprile 2024
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Società

Tempi di social, la difficoltà del banale

La dialettica sui social continua a essere un’arte tutta da scoprire. Le frasi più gettonate sono «ciao», a volte «Ciao bella», o «piacere, come stai», ma c’è anche il fare: quello di “parlo a tutti per dire a te, metto questa canzone perché penso a te…”. Cosa significa tutto questo metalinguaggio degli approcci “senza senso”?

Percezione dell’altro, o, meglio, dell’altra, al tempo dei social. Chi sei, cosa scrivi, di cosa ti interessi, a volte, conta poco. Come non è rilevante che la tua bacheca sia piena di focus tematici su ambiti scientifici, geografici, sociali. Quello che conta, in alcuni casi, è avere una tastiera, visualizzare la foto e, se passabile, procedere con l’azione.

Le frasi più gettonate sono «ciao», a volte con l’aggiunta di «bella», o «piacere, come stai», ma per fortuna anche la classica, educatissima e priva di genere «grazie di aver accettato la mia amicizia». Poi c’è chi si presenta, «ho trentotto anni…» e «a me piacciono le belle donne». È uno spaccato (ridotto!) della società interessante quello che emerge dall’immediato, tentato approccio all’altra per il tramite di un’applicazione, innovativo strumento che sembra cancellare, sempre solo in alcuni casi, la titubanza che solitamente riveste il tentativo di provare ad avviare una relazione interpersonale con motivazioni frutto di conoscenza diretta, simpatia, meditate pause di riflessione ed altri “intermediari” tradizionali.
Facebook accorcia le distanze e il fatto di essere lì, di accogliere una richiesta, significa anche offrirsi un po’ all’altro. Mettere un po’ di sé, per il tramite di immagini, pareri, tempo, è come aver già superato, insieme, quella barriera che divide dalla disponibilità ad un primo approccio, fosse anche un “incontro” senza secondi fini.

C’è un altro aspetto. Essere social parrebbe concedere anche l’opportunità di comunicare uno “stato” che spesso ha il compito di sottintendere un messaggio implicito di complicità e affetto per qualcuno. Della serie, parlo a tutti per dire a te, metto questa canzone perché penso te… La stessa cosa sembra valere, ma per una sorta di dialogo interiore, nei casi di condivisione di opinioni politiche e di considerazioni su fatti d’attualità. «L’ho scritto, lo confermo, lo penso. Alcuni hanno messo “mi piace”, quindi ho scritto bene e sono amici». Altri, invece, non rientrano in quel conflitto interiore di voler dimostrare che si ha ragione a tutti i costi solo perché ormai è stato espresso quel concetto. Il tutto si concretizza, nella vita non virtuale, a quel punto ridotta ai minimi, quando si narra di aver compiuto l’eroica missione di aver contraddetto qualcuno.

Chicca finale, la possibilità di vedere cosa sta facendo una persona che non ci piace o la parente di una parente. Chi non ha mai trascorso una serata tra amici senza la classica «hai visto su Facebook la nipote di ….è fidanzata con … che ci faceva a….» o, meglio, «ho trovato questa ricetta sulla pagina della cuoca…». Care nonne, un tempo bastava osservarvi a casa ed assorbire, grazie alle riconosciute virtù della mimesi, la vostra maestria nel preparare tagliatelle fatte in casa e altre prelibatezze artigianali, oggi, la (apparente) finitezza della condizione umana è superata, stavolta sì, per un nobile fine, dai nostri amati, a volte odiati, altre solo incompresi, social network.

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