Negli ultimi decenni, il nostro Pianeta ha messo insieme un cocktail meteorologico perfetto per gli incendi: temperature più alte, aria e suolo più secchi, venti più forti. La conseguenza è che il numero di giornate in cui il tempo è potenzialmente favorevole all’innesco e alla rapida propagazione di incendi boschivi è quasi triplicato su scala globale negli ultimi 45 anni. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su Science Advances che ha analizzato i dati climatici dal 1979 al 2024 e li ha confrontati con uno scenario ipotetico in cui non fosse avvenuto il riscaldamento climatico indotto dall’uomo.
Il concetto chiave è quello di “fire-prone weather“: condizioni in cui si combinano caldo intenso, umidità molto bassa e venti sufficientemente forti da trasformare un terreno ricoperto di vegetazione secca in un’autentica polveriera. Quando questi ingredienti si manifestano simultaneamente in più aree del pianeta nell’arco di pochi giorni, gli scienziati parlano di “giornate di fireweather sincrono” – una situazione che rende ancora più difficile gestire gli incendi, perché tutte le regioni colpite richiedono contemporaneamente risorse di risposta.
Dal secolo scorso a oggi: un balzo preoccupante
Nella prima metà del periodo analizzato – tra il 1979 e il 1984 – il numero medio annuale di queste giornate era di circa 22. Nel 2023 e nel 2024 è salito oltre 60, praticamente quasi tre volte tanto. In alcune regioni, l’aumento è ancora più marcato: negli Stati Uniti continentali, ad esempio, si è passati da una media di circa 8 giornate all’anno negli anni Ottanta a quasi 40 nell’ultimo decennio. In Sud America meridionale il trend è persino più drammatico, con oltre 70 giorni di “fuoco potenziale” all’anno e un picco di 118 nel 2023.
Questo non significa che ci siano più incendi di per sé in ogni singola giornata di queste condizioni – perché per scoppiare un incendio servono anche carburante (vegetazione) e una scintilla (che può arrivare da un fulmine, da un errore umano o da altre cause). Tuttavia, indica che la probabilità di eventi gravi è aumentata in modo sostanziale, proprio perché la “tela di fondo” meteorologica è diventata sempre più favorevole al fuoco.
Il ruolo della crisi climatica
Un punto centrale della ricerca è la quantificazione del ruolo della crisi climatica. Con simulazioni al computer confrontando il clima reale degli ultimi decenni con un clima teorico privo dell’aumento di gas serra causato dalle attività umane, gli autori stimano che oltre il 60% dell’aumento delle giornate di condizioni favorevoli agli incendi sia attribuibile all’influenza del riscaldamento globale, dovuto principalmente alluso di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas naturale.
L’aumento dei giorni con condizioni favorevoli al fuoco mette sotto pressione i sistemi di prevenzione e lotta agli incendi che, soprattutto quando molte aree sono interessate contemporaneamente, rischiano di non avere risorse sufficienti – personale, mezzi aerei, attrezzature – per intervenire ovunque. Questo fenomeno, definito dagli esperti come fireweather sincrono, può trasformare stagioni di incendi locali in crisi globali.
In secondo luogo, periodi climatici più lunghi con queste condizioni possono allungare le stagioni di rischio. Studi paralleli indicano che, in molte aree, la stagione degli incendi si è estesa di diverse settimane rispetto al passato, contribuendo ad aumentare l’area media bruciata.
Per Paesi come l’Italia, inseriti nella regione del Mediterraneo, questa tendenza è doppiamente preoccupante. Il Mediterraneo è considerato uno degli hot spot del cambiamento climatico, con un riscaldamento più rapido della media globale e periodi di siccità prolungati che seccano il suolo e la vegetazione, rendendo le foreste e i boschi più vulnerabili agli incendi.
Questi risultati si collegano a fenomeni concreti osservati negli ultimi anni, come gli incendi record in diverse parti del mondo, dall’Ovest degli Stati Uniti all’Australia e all’Europa meridionale. E mentre la comunità scientifica continua a analizzare e prevedere gli scenari futuri, resta aperta la domanda più urgente: come adattare i nostri sistemi di gestione del territorio e di risposta agli incendi per ridurre al minimo gli impatti della nuova normalità climatica?
