Un colpo durissimo alla scienza e alla diplomazia climatica. Un’altra zeppa piantata nel vecchio e malandato scafo del multilateralismo per romperlo e farlo affondare.
Dopo essere uscito per due volte (nel suo primo e poi nel suo secondo mandato) dall’Accordo di Parigi, Donald Trump fa un salto di qualità ulteriore, coerente con la sua convinzione che il tema del riscaldamento climatico sia “una truffa”, e stabilisce con un ordine esecutivo l’uscita da altre 66 organizzazioni internazionali, delle Nazioni Unite e non, tra le quali spiccano l’Unfccc, la Convenzione sul clima creata nel 1992 a Rio de Janeiro, che fu firmata dal governo americano come da quelli di tutto il mondo e ratificata dal Senato americano) che è l’architrave dei negoziati sul clima e l’Ipcc l’organismo, del quale fanno parte migliaia di scienziati, istituito nel 1988 da Organizzazione Metereologica Mondiale e Unep per fornire una base scientifica di alto livello per le politiche climatiche. Ma anche l’Irena, l’agenzia internazionale delle energie rinovabili.
La decisione del presidente Trump toglie completamente dalla lotta ai cambiamenti climatici la prima economia del mondo e il secondo emettitore di gas serra oltre che il principale attore della ricerca sul clima. Segna una frattura senza precedenti nella cooperazione climatica globale e determinerà un rallentamento delle politiche climatiche e della transizione energetica.
È un attacco senza pari alla governance e alla scienza climatica, con il fine di colpire in profondità il multilateralismo e rallentare per quanto possibile la transizione energetica dalle fonti fossili a quelle rinnovabili. È un salto all’indietro di oltre quarant’anni che avrà effetti per anni e probabilmente per l’intera generazione attuale perché anche nel caso il prossimo presidente americano decidesse (come fece Biden su Parigi) di cancellare la scelta di Trump ci vorrebbero anni per riparare al ritardo che si accumulerà.
Il solo aspetto potenzialmente positivo è che senza gli Stati uniti di Trump l’Unfccc sarà (teoricamente) più libero di attuare politiche a favore della transizione energetica e l’Ipcc potrà approvare celermente i suoi rapporti ed essere più chiaro nel suo linguaggio, due aspetti oggi condizionati dal “freno degli Stati Uniti di Trump” e dagli altri Paesi produttori di fonti fossili, Arabia Saudita in primis. Tutta da verificare e non esclusa è adesso è la possibilità che altri Paesi ideologicamente affini seguano l’America, dalla fida Argentina di Milei, all’Ungheria di Orban, sino (ma con minore probabilità) agli Stati petroliferi della penisola araba, Arabia Saudita in primis, e alla Russia.
Antonello Pasini: “Pensano di avere la verità in tasca”
“L’idea che il benessere degli Stati Uniti venga prima del benessere del mondo e ne sia distinto – osserva il climatologo Antonello Pasini – è una idea assurda e semplicistica in un mondo complesso, dove siamo tutti interconnessi e nessuno si salva da solo. Il mors tua vita mea è un assurdo scientifico e la decisione di uscire dall’Ipcc è niente di meno che uno schiaffo alla scienza. Dice: noi non abbiamo bisogna della scienza perché la verità ce l‘abbiamo in tasca. È coerente con quanto ha fatto negli Stati Uniti annunciando la chiusura dui uno dei più accreditati centri di ricerca climatica del mondo, l’Ncar di Bouder. Tutto quello che va contro la sua narrazione, anche e soprattutto i dati scientifici, deve essere cancellato. E in questo senso la ricerca, che ha un metodo rigoroso nell’affrontare i problemi e non ragiona sulla base di ideologie è un nemico. E quindi Trump decide di chiudere l’Ncar e di uscire dall’Ipcc”.
“I danni – conclude Pasini – saranno pesanti anche se Trump ha una scadenza tra meno di tre anni. Il problema è che le politiche climatiche ondivaghe sono deleterie su un sistema che ha una inerzia che richiede un’azione continua. Con una futura presidenza americana amica del clima queste decisioni di Trump potranno anche essere riassorbite, nel tempo, ma quello che mi preoccupa è che il negazionismo climatico si sta propagando nella politica e rischia di creare un contagio che minerebbe l’intera lotta ai cambiamenti climatici”.
“Un autogol che danneggerà l’economia degli Usa“
“La decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dal trattato dell’Onu sul clima – ha commentato Simon Stiell, il segretario generale dell’Unfccc – è un colossale autogol che danneggerà l’economia, l’occupazione e il tenore di vita degli Stati Uniti. Mentre tutti gli altri Paesi si stanno facendo avanti insieme, questo ultimo passo indietro dalla leadership globale, dalla cooperazione sul clima e dalla scienza non può che danneggiare l’economia, l’occupazione e il tenore di vita degli Stati Uniti, poiché incendi, inondazioni, tempeste di proporzioni gigantesche e siccità peggioreranno rapidamente. Ed è anche un colossale danno a se stessi, che renderà gli Stati Uniti meno sicuri e meno prosperi”.
“Essere l’unico Paese al mondo ad uscire dall’Unfccc – osserva da parte sua Gina McCarthy, già amminstratrice dell’Epa e National Climate Adviser della Casa Bianca con Obama – è una decisione miope, imbarazzante e sciocca. Questa amministrazione sta compromettendo la capacità del nostro Paese di influenzare investimenti, politiche e decisioni per un valore di migliaia di miliardi di dollari che avrebbero favorito la nostra economia e ci avrebbero protetto da disastri costosi che hanno devastato il nostro Paese”.
“Il ritiro degli Stati Uniti – sottolinea Rob Jackson, climatologo della università di Stanford, ponendosi sulla stessa linea di Pasini – è grave in sé ma anche perché fornisce alle altre nazioni una scusa per ritardare le proprie azioni e i propri impegni”.
La Ue: “Continueremo sulla nostra strada“
Molto preoccupata anche l’Unione Europea, che con tutti i suoi limiti e le sue divisioni è ancora il motore delle politiche climatiche. “L’Unfccc – afferma su X il commissario europeo al Clima Wopke Hoekstra – sostiene l’azione globale per il clima. Riunisce i Paesi per sostenere il clima, ridurre le emissioni, adattarsi ai cambiamenti climatici e monitorare i progressi. La decisione della più grande economia mondiale e del secondo maggiore emettitore di emissioni di ritirarsi è deplorevole e infelice. Continueremo a sostenere inequivocabilmente la ricerca internazionale sul clima, come fondamento della nostra comprensione e del nostro lavoro. Continueremo a lavorare sulla cooperazione internazionale sul clima. E, a livello nazionale, continueremo a perseguire il nostro programma di azione per il clima, competitività e indipendenza”.
The UNFCCC underpins global climate action. It brings countries together to support climate, reduce emissions, adapt to climate change, and track progress. The decision by the world’s largest economy and second-largest emitter to retreat from it is regrettable and unfortunate.
— Wopke Hoekstra (@WBHoekstra) January 8, 2026
Ancora più netta su Bluesky la vicepresidente della Commissione europea con delega alla Transizione pulita, giusta e competitiva, Teresa Ribera: “Alla Casa Bianca non importa dell’ambiente, della salute o della sofferenza delle persone. Pace, giustizia, cooperazione o prosperità non rientrano tra le sue priorità. Nemmeno la grande eredità degli Stati Uniti alla governance globale. E lo dicono chiaramente”.
The White House doesn’t care about environment, health or suffer of people. Peace, justice, cooperation or prosperity are not among its priorities.Not even the great legacy of US to global governance. And they spell it out. HTTPS://www.nytimes.com/2026/01/07/climate/trump-un-climate-treaty.html
— Teresa Ribera (@teresaribera.ec.europa.eu) 2026-01-08T06:53:15.333Z
Secondo fonti del Palazzo di Vetro anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite userà parole di rammarico e di critica alla decisione americana, così come hanno fatto le organizzazioni ambientaliste. Ma il Rubicone è stato passato e Trump non tornerà indietro. Fino a che sarà lui alla guida l’America sarà un potente freno alle politiche climatiche e alla transizione energetica.
