22 Febbraio 2024
Milano, 9°
Ambasciatore italiano Luca Attanasio con sua vedova Zakia Seddiki Attanasio.

Punto a Capuo

Tutti zitti, immunità decontestualizzata

28.01.2024

La notizia è di qualche giorno fa, ma quel che sorprende è che non abbia fatto notizia. Eppure, c’è di mezzo la giustizia per un ambasciatore italiano e un carabiniere italiano uccisi in Congo con Mustapha, il loro autista. Cioè, ci sarebbe di mezzo il prestigio dello Stato italiano. E invece il processo in corso a Roma, che potrebbe essere il primo passo di una difficile ricerca della verità sull’agguato del febbraio di tre anni fa, rischia di arenarsi al primo intoppo. Siamo ancora lontani dal capire perché un ambasciatore in viaggio in una delle zone più difficili del Congo, per occuparsi di un programma alimentare a favore dei bambini, viene ucciso.

Sappiamo che non era un sequestro, perché non si sono mai visti sequestratori uccidere uno a uno i sequestrati, subito. Sappiamo che non era uno sbaglio, perché il convoglio di due automobili era atteso, in un viaggio annunciato, da un’imboscata tutt’altro che casuale. Possiamo fare ogni ipotesi: che l’ambasciatore, uno che lavorava con la trasparenza di un missionario e l’entusiasmo di un volontario, avesse infastidito qualche appetito sul flusso di denaro degli aiuti umanitari, che fosse sul punto di denunciare qualcosa… sono solo ipotesi. Quel che è certo è che vennero uccisi in un convoglio organizzato dal PAM, il Fondo alimentare delle Nazioni Unite, la cui sede centrale è proprio a Roma. E sappiamo che le vittime non erano state fatte salire su un’auto blindata, come sarebbe stato logico, e che nessuno del PAM avvisò le truppe delle Nazioni Unite di stanza nella zona, come avviene quando in un convoglio viaggia qualche autorità come un ambasciatore, e deve essere scortato.

A essere sospettosi, sappiamo anche che in quel convoglio le uniche vittime furono proprio i tre “italiani” e che tutti gli altri, compreso il direttore locale del PAM che ha organizzato il convoglio – Rocco Leone, italiano anch’egli – rimasero incolumi, fortunatamente: erano omicidi mirati. Ma siamo solo all’inizio, perché il processo di Roma è, inevitabilmente, solo per verificare se aver organizzato un convoglio in quelle assenti condizioni di sicurezza possa configurarsi come un reato, diventare un omicidio colposo. E che succede? Le Nazioni Unite rivendicano l’immunità del funzionario italiano: non può essere giudicato, e del resto si era già rifiutato di deporre persino come testimone. Ovviamente, l’immunità è fatta per proteggere i funzionari dalle soperchierie dei governi dei Paesi in cui operano, ma qui l’eventuale reato è nei confronti di cittadini italiani, e per questo si celebra un processo in Italia.

Vi aspetterete che il Governo si costituisca parte civile: no. Vi aspetterete che gli esperti della Farnesina, chiamati ad esprimere un parere, si dicano contrari all’immunità: no, sono a favore. Un suicidio collettivo. I buoni rapporti con le Nazioni Unite, e con la FAO e il PAM che hanno sede a Roma, sono più importanti della verità sulla morte di un ambasciatore della Repubblica, di un carabiniere, del loro autista?  Reazioni? Il Presidente della Repubblica, la premier Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, il ministro della Difesa Crosetto, i leader della maggioranza e dell’opposizione, vale a dire tutti quelli che hanno speso parole nobili sulla morte di Attanasio, tutti restano zitti. E la grande informazione, a ruota. Come se non fosse successo niente.

Credito fotografico: dalla pagina Facebook di Zakia Seddiki Attanasio.

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