25 Febbraio 2026
/ 24.02.2026

Una legge per fermare la strage dei ciclisti

ciclista

Tra le proposte: una larghezza minima di 2 metri per i marciapiedi, obbligo per i veicoli di mantenere una distanza dalle bici di almeno 1,5 metri durante i sorpassi, obbligo per i mezzi pesanti di avere sensori per il rilevamento di pedoni e ciclisti negli angoli ciechi

Camminano, pedalano, attraversano. E troppo spesso rischiano: nelle città italiane pedoni e ciclisti restano gli utenti più esposti. Cresce il numero di persone che sceglie la mobilità attiva per spostarsi ogni giorno, ma la sicurezza non sempre accelera allo stesso ritmo. È da questa contraddizione che prende forma la proposta di legge sostenuta da FIAB (Federazione italiana ambiente e bicicletta) e pensata per rimettere ordine in una convivenza urbana ancora fragile.

Responsabilità: il peso conta

Il punto di svolta è culturale prima che normativo. La proposta interviene sull’articolo 2054 del Codice Civile introducendo una gerarchia di responsabilità: in caso di scontro tra un veicolo a motore e un utente della mobilità attiva, chi guida il mezzo più pesante o veloce è considerato responsabile salvo prova contraria. Non è una crociata contro gli automobilisti, ma un principio di tutela verso chi, senza carrozzeria, paga il prezzo più alto.

Accanto ai principi arrivano misure tecniche con parametri chiari. I marciapiedi dovranno avere una larghezza minima di 2 metri, per garantire passaggi sicuri anche a persone con disabilità o passeggini. Nei sorpassi delle biciclette scatterà l’obbligo di mantenere almeno 1,5 metri di distanza, una soglia che riduce drasticamente il rischio di collisioni laterali. Viene favorita l’installazione di attraversamenti pedonali e ciclabili rialzati, strumenti semplici ma efficaci per rallentare il traffico e aumentare la visibilità.

Un capitolo rilevante riguarda i mezzi pesanti, spesso coinvolti negli incidenti più gravi: diventa obbligatoria la presenza di sensori per il rilevamento di pedoni e ciclisti negli angoli ciechi. Tecnologia già disponibile, che passa da optional a requisito di sicurezza.

Governance e risorse dedicate

La proposta non lascia soli i Comuni. Prevede la nascita del Comitato interministeriale per le politiche di mobilità attiva (CIPOMA) e una Direzione generale dedicata presso il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Soprattutto, istituisce un Fondo nazionale per la mobilità attiva con una dotazione di 300 milioni di euro in tre anni, circa 100 milioni l’anno, destinati a infrastrutture, moderazione del traffico e interventi per la sicurezza.

Non basta rifare l’asfalto. Una quota minima del 5% delle spese pubblicitarie pubbliche legate ai veicoli a motore verrebbe destinata a campagne istituzionali su sicurezza stradale, mobilità sostenibile e comportamenti responsabili. Perché la differenza tra una strada pericolosa e una strada sicura, spesso, sta nei dettagli e nelle abitudini.

Città più sicure, città più vivibili

La filosofia è lineare: ridurre i conflitti, abbassare le velocità, proteggere chi è più vulnerabile. Le città che hanno investito su reti ciclabili continue, zone 30 e attraversamenti protetti mostrano effetti tangibili: meno scontri gravi, più qualità dello spazio pubblico, più persone che scelgono di muoversi senza motore.

La domanda, ora, è politica e urbana insieme. Le strade italiane sono pronte a diventare luoghi condivisi e non solo corridoi di scorrimento? La proposta prova a dare una risposta concreta, trasformando numeri e distanze in regole.

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