Per anni il Veganuary è stato raccontato come una sfida identitaria, buona per titoli curiosi e discussioni polarizzate. Oggi, però, quel racconto non basta più. L’alimentazione plant-based è uscita dalla nicchia e si è trasformata in un terreno di sperimentazione concreta, dove salute, mercato e cultura alimentare si intrecciano molto più di quanto spesso si pensi. I numeri lo confermano: solo nel 2025 l’iniziativa ha coinvolto oltre 25 milioni di persone nel mondo, mentre in Italia più di un milione di consumatori ha dichiarato di aver aderito alla sfida di gennaio, o di aver comunque ridotto in modo significativo il consumo di prodotti animali.
Sempre più persone arrivano al Veganuary senza l’idea di “diventare vegane”. Lo usano come una prova generale: trenta giorni per ridurre i prodotti animali, capire come funziona il cambiamento, verificare se è sostenibile anche fuori dall’entusiasmo iniziale. È questo approccio pragmatico che spiega perché l’iniziativa continui a crescere e a parlare a un pubblico sempre più largo, ben oltre le cerchie tradizionalmente sensibili al tema.
Plant-based non significa una cosa sola
Il primo equivoco da sciogliere è linguistico. “Plant-based” non è una dieta unica, ma un contenitore ampio che va dai legumi e dalle verdure fresche fino alle alternative vegetali alla carne, ai piatti pronti e ai prodotti trasformati. Mettere tutto sullo stesso piano è comodo, ma fuorviante.
La ricerca scientifica più recente conferma che sostituire parte della carne con alimenti vegetali può portare benefici misurabili su colesterolo, peso e rischio cardiovascolare. Ma allo stesso tempo segnala che non tutte le alternative sono uguali. Ingredienti, contenuto di sale, grassi e grado di trasformazione fanno la differenza, molto più dell’etichetta.
Il mercato cresce, ma serve alfabetizzazione
In Italia il mercato delle alternative vegetali cresce con continuità. Nel 2024 le vendite di prodotti plant-based hanno raggiunto circa 640 milioni di euro, con un aumento a doppia cifra rispetto a due anni prima, e quasi sei famiglie su dieci hanno acquistato almeno un prodotto vegetale nel corso dell’anno. È un segnale chiaro: il plant-based non è più una scelta di pochi, ma una presenza stabile nella spesa quotidiana.
Ma la crescita commerciale non coincide automaticamente con una maggiore consapevolezza alimentare. Molti consumatori entrano nel plant-based attraverso prodotti che imitano la carne perché sono familiari, facili da usare, rassicuranti. È un passaggio comprensibile, ma non neutro.
Su questo punto insiste anche Massimo Santinelli, amministratore delegato di Biolab: “I prodotti plant based non sono paragonabili alla gran parte dei cibi ultraprocessati. Usiamo materie prime sostenibili e in gran parte biologiche che subiscono un processo di trasformazione che non ne altera le caratteristiche nutrizionali. Ora a confermarlo arrivano anche le principali istituzioni scientifiche”.
Gli studi più recenti invitano a evitare scorciatoie: nessun alimento, da solo, risolve i problemi di salute pubblica o ambientali. Le alternative vegetali funzionano quando affiancano legumi, cereali integrali e verdure. Una posizione condivisa anche in ambito istituzionale. Come ha spiegato Roberta Alessandrini, direttrice della Physicians Association for Nutrition: “Le alternative vegetali alla carne mostrano caratteristiche nutrizionali molto diverse da quelle delle carni lavorate, come un contenuto inferiore di grassi saturi e un buon apporto di proteine e fibre. Possono affiancare legumi o altre fonti vegetali integrali contribuendo a una maggiore aderenza a modelli alimentari come la dieta mediterranea”.
Una porta d’ingresso
Alla fine, il Veganuary funziona proprio perché non promette miracoli. Non chiede adesioni definitive, ma offre uno spazio di prova. I dati lo suggeriscono chiaramente: oltre l’80% dei partecipanti dichiara di voler mantenere, almeno in parte, i cambiamenti alimentari sperimentati durante il mese. Alcuni torneranno alle abitudini di prima, altri ridurranno i prodotti animali, altri cambieranno in modo più radicale. Tutte traiettorie legittime.
Il punto non è il mese di gennaio, ma quello che viene dopo. L’idea che il piatto sia una leva concreta di cambiamento, da maneggiare con attenzione e senza ideologia. In questo senso, il Veganuary è meno una bandiera e più una domanda aperta. E, oggi, è già molto.
