14 Aprile 2024
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Società, Spettacolo

Vita da Smartphone, motore instancabile dell’evoluzione sociale

21.03.2024

È lui, il cellulare! Da non demonizzare, ma da utilizzare in modo corretto, in questo mondo di “Perfetti sconosciuti”. Regia di Paolo Genovese, che esplora attraverso questo suo testo teatrale, il campo minato dei legami personali agganciandosi a una trama di valori universali.

Rivoluzionario. Destabilizzante. Il cellulare è ormai il motore instancabile dell’evoluzione sociale e culturale della nostra contemporaneità. Non averlo infligge una sorta di nudità e separatezza dal mondo che conta (?), tanto da ingenerare ansia e stress (nomofobia). Preoccupati di leggere l’ultima notifica, pur di rimanere dentro la «telepatia elettronica», quello tsunami di messaggi, videochiamate e aggiornamenti sui social, sottostiamo all’interdipendenza, perché dietro il suo schermo magico si cela la connessione al web, la Rete che tutto comprende e fagocita. Con quella carica «disruptive», dirompente, distruttiva, ha finito per ammanettarci ad una nuova schiavitù, diventando totem, amuleto, mezzo di conoscenza e gioco, nel vortice quotidiano che, da bussola del mondo, lo ha relegato a scatola nera delle nostre vite. Cosa si cela dietro l’utilizzo di 2617 volte al giorno (dati Dscout), per quattro ore frazionate in attimi non consecutivi, ogni 24 ore, o il dato (Deloitte) che il 27% delle coppie italiane litighi almeno una volta al mese a causa del telefonino (messaggi compromettenti, etc.), innescando una serie di equivoci o consolidando verità nascoste? Poi, d’un tratto, dopo essersi trasformato in un vero e proprio brand, appendice irrinunciabile che segue ed indirizza i percorsi personali e collettivi, sale sul palcoscenico per “vestire i panni” del protagonista involontario (?) di un film cult come Perfetti Sconosciuti, la commedia amara di Paolo Genovese del 2016 (record d’incassi e remake internazionali, 32), sui segreti che nascondono le persone nell’illusione di sentirsi più vicine. Al cellulare abbiamo affidato tutti i dati personali, sminuzzando la nostra identità. Lo stesso gioco pirandelliano delle parti o del tavolo eduardiano (meta di coscienze inquiete), che vede ora in scena (al Teatro Manzoni di Milano), nel comfort carezzevole di uno spazio elegante, le esistenze (poi rivelatesi raminghe) di coppie intente a colorare di goliardia (iniziale) l’amara consapevolezza di un gioco letale in cui ognuno è obbligato a difendere sé stesso.

Così l’intimità di una situazione familiare accogliente in casa di Eva- Astrid Meloni e Rocco, chirurgo plastico (nei toni pacati e realistici di Paolo Calabresi: «bisogna saper disinnescare»), le sfumature di Carlotta-Anna Ferzetti e la carica dirompente di Lele-Dino Abbrescia, frammisti all’idealista Bianca-Alice Bertini e allo spregiudicato Cosimo-Marco Bonini, con l’omosessualità celata e vissuta con effervescente autoironia da Peppe-Emmanuele Aita, compone il mosaico di uno speciale psicodramma sul crollo delle maschere e delle ipocrisie borghesi indossate dai personaggi, con il corredo di bugie, mezze frasi, falsità, doppie identità e morale addomesticata. Il gioco di società proposto da Eva di disporre tutti i cellulari sul tavolo per svelarne il contenuto ai commensali innesca l’effetto domino di svelamenti dolorosi, che ha il suo transfert d’immedesimazione in platea dove anche lo spettatore, al di là della “quarta parete” e del compiacimento voyeuristico delle disgrazie altrui, vive l’imprevedibilità delle situazioni. L’arguzia del comico lascia spazio ad un dramma quasi catartico, che ripulisce coscienze e fa riemergere l’amara verità di un binomio narcisismo-simbiosi, i due estremi patologici che impediscono lo strutturarsi di una coppia (e di un legame). Un manifesto sociologico, intessuto di amicizia, pregiudizi, stereotipi, rapporti genitori-figli, che nel finale si riavvolge come un nastro in nome del compromesso. Mentre le parole fluiscono e nascondono. La luna (a dettare il tempo), simbolo dell’inconscio, lassù fuori dal terrazzo, sospira silente.

Credito fotografico: Luciano Rossetti Fondazione Teatro Donizetti

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