Il rapporto “Global Water Bankruptcy”, firmato da Kaveh Madani per l’UNU-INWEH, segna la fine di un’illusione: quella che la crisi idrica sia un’emergenza, per quanto grave, che presto dimenticheremo. La verità, però, è che non siamo più in una fase di stress passeggero: siamo entrati nell’era post-crisi, quella della bancarotta. Abbiamo emesso troppi assegni idrici sapendo che il conto corrente della natura era vuoto.
Il documento, pubblicato in occasione del trentesimo anniversario dell’Istituto dell’Onu per l’acqua, ci dice che molti bacini fluviali e falde acquifere hanno perso la capacità di tornare alla loro “normalità” storica. Abbiamo speso più di quanto il Pianeta potesse permettersi, intaccando non solo il reddito annuo delle piogge, ma i risparmi millenari dei ghiacciai.
Quando la terra smette di reggere
Il 70% delle principali falde acquifere del mondo mostra segni di esaurimento irreversibile. In regioni come la piana di Konya in Turchia o in vaste aree dell’Iran, l’estrazione senza scrupoli di oro blu ha svuotato le cavità sotterranee al punto da far cedere la struttura stessa del suolo. In alcune aree del Pianeta, la terra sprofonda fino a 25 centimetri l’anno. Una volta che queste “casseforti” geologiche si compattano, non possono più ospitare acqua. È un pignoramento definitivo del nostro futuro: anche se tornasse a piovere, non avremmo più dove conservare la risorsa.
Negli ultimi cinquant’anni, si legge nel report, abbiamo liquidato 410 milioni di ettari di zone umide – una superficie pari all’intera Unione Europea – perdendo servizi ecosistemici per un valore di 5.100 miliardi di dollari. Non abbiamo perso solo “fango e canneti”, abbiamo distrutto i filtri e le spugne che garantivano la nostra sicurezza idrica.
L’agricoltura e il paradosso dei diritti
Il settore agricolo è oggi al centro di questo crack. Utilizza il 70% dell’acqua dolce mondiale, ma oltre la metà della produzione alimentare globale avviene in aree dove le riserve idriche sono in declino o instabili. In molti bacini, la somma dei diritti legali all’estrazione supera l’acqua effettivamente presente. Abbiamo assegnato pezzi di un tesoro che non esiste più, alimentando un’economia del cibo che poggia su fondamenta di sabbia e sale.
Oltre 100 milioni di ettari di terre coltivate sono già degradati dalla salinizzazione: l’acqua rimasta è così poca e così sporca che avvelena le radici invece di nutrirle.
Ristrutturare il debito per sopravvivere
La proposta dell’ONU è brutale nella sua onestà: dobbiamo passare dalla gestione dell’emergenza alla “gestione del fallimento”. In ambito finanziario, dichiarare bancarotta permette di fermare le perdite e riorganizzarsi. Per l’acqua, significa ammettere che alcuni ecosistemi non torneranno più come prima e che è necessario stabilire limiti legali invalicabili ai prelievi.
Investire nell’acqua non deve essere più visto come un costo, ma come l’ultima opportunità strategica in un mondo frammentato. È la piattaforma su cui ricostruire la cooperazione tra nazioni e settori. La Conferenza ONU sull’acqua del 2026 sarà il tavolo dei creditori: lì si deciderà se continuare a negare l’evidenza o se iniziare finalmente a vivere entro i nostri mezzi idrologici. Il tempo degli assegni a vuoto è scaduto.
