Dalla difesa rigorosa di un animale simbolo alla programmazione delle uccisioni. Nel 2026 in Italia si potranno uccidere 160 lupi, su una popolazione stimata di 3.200/3.500. Un cambio di approccio innanzitutto culturale alla tutela di una specie iconica come il lupo. Che torna ad essere cacciabile sebbene con forti limiti. Ammazzarlo non è più automaticamente bracconaggio, ma è considerato una misura di controllo della sua popolazione, ove se ne ravvisi la necessità per un eccesso di pressione.
A segnare la svolta è la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del ministero dell’Ambiente che modifica gli allegati del Dpr 357/1997, il regolamento che attua in Italia la Direttiva Habitat. E così, con questo provvedimento, il lupo viene spostato dall’Allegato D, che prevede una protezione rigorosa, all’Allegato E che include le specie per cui possono essere previste misure di gestione e di prelievo meno rigorose. Si tratta del passaggio formale con cui l’Italia recepisce il declassamento del lupo da super-protetto a solo protetto nel quadro delle normative europee.
In attuazione del recente Ddl “Montagna” (Legge 131/2025), il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha predisposto lo schema di decreto che fissa, per l’anno 2026, il numero massimo di esemplari di lupo (Canis lupus) prelevabili su base regionale. “Il provvedimento – spiega il ministero – stabilisce un tetto massimo di 160 esemplari prelevabili su tutto il territorio nazionale per il 2026. Tale limite è stato calcolato per non pregiudicare lo stato di conservazione soddisfacente della specie, seguendo le indicazioni tecniche fornite dall’Ispra nella nota del 15 ottobre 2025. Le nuove regole permetteranno a Regioni e Province Autonome una gestione più flessibile della specie, sempre nel rispetto degli articoli 14 e 16 della Direttiva Habitat (92/43/CEE)”.
Ieri, 22 gennaio, in Conferenza Unificata c’è stata una seduta tecnica che ha consentito alle Regioni e alle Province autonome di prendere formalmente visione dello schema di decreto attuativo: le Regioni hanno presentato le prime osservazioni e si sono riservate di proporre ulteriori approfondimenti e suggerimenti. Il via libera definitivo è atteso per la seduta del 5 febbraio.
Cacciatori e agricoltori soddisfatti
Il presidente nazionale di Federcaccia, Massimo Buconi, sottolinea la necessità di “una pace sociale nei territori rurali, fondata su un equilibrio tra la tutela dell’impresa agricola e la possibilità per i cacciatori di esercitare la propria attività in modo responsabile”.
“Agricoltori e cacciatori – sostiene – hanno un elemento in comune: non parlano di ambiente e territorio in modo astratto, ma lo vivono ogni giorno. Per questo sentiamo la responsabilità di contribuire a una gestione equilibrata e concreta. Ai cacciatori non interessa cacciare il lupo: in Italia si caccia ciò che viene valorizzato anche a tavola. Siamo però pronti a dare il nostro contributo a una gestione virtuosa dell’ambiente e della fauna, a tutela delle produzioni agricole e della biodiversità”.
“Siamo soddisfatti per questo importante risultato: è un atto di responsabilità verso il mondo agricolo e l’intero sistema territoriale – aggiunge il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini – È urgente un approccio realistico e scientificamente fondato, che coniughi la difesa della biodiversità con la tutela delle imprese agricole e delle comunità locali. Solo così potremo garantire coesistenza, sicurezza e futuro ai nostri allevatori e ai nostri territori”.
Ambientalisti contrari
“L’Italia, purtroppo, non ha ascoltato gli appelli del mondo scientifico e ha accelerato l’iter per recepire il declassamento approvato a livello europeo (nella Convenzione di Berna prima e poi nella Direttiva Habitat) – osserva il WWF Italia – Questo declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo: il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame. Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.
“È fondamentale chiarirlo subito: il lupo non diventa una specie cacciabile e non partono automaticamente gli abbattimenti”, spiega ‘Io non ho paura del lupo’, l’associazione da 10 anni impegnata nel favorire la coesistenza con il grande predatore.“Il vero nodo da scioglierenon è tanto il declassamento in sé, quanto l’assenza di un quadro nazionale chiaro. Senza un adeguamento della legge 157/92, per la quale il lupo è ancora una specie particolarmente protetta, senza criteri di monitoraggio condivisi e un piano nazionale di gestione e conservazione del lupo, qualunque decisione rischia di essere fragile dal punto di vista legale e di alimentare contenziosi e conflitti invece di risolverli”.
Le alternative
Un secondo problema è il monitoraggio. “Oggi – sottolinea l’associazione – molte Regioni hanno ancora a disposizione pochissimi dati sulle proprie popolazioni di lupo. Lo dimostra anche il recente studio sulla mortalità del lupo in Italia, che abbiamo condotto e pubblicato di recente basandoci sui dati istituzionali disponibili: in molte aree il monitoraggio è frammentario o assente, disomogeneo o fermo a diversi anni fa. Senza dati solidi su consistenza, distribuzione e mortalità reale, è impossibile parlare seriamente della gestione di una specie”. E allora l’associazione ribadisce che la “vera priorità è e deve restare la prevenzione. Il lupo è tornato per restare: pensare di governare questa presenza solo con strumenti repressivi o emergenziali è illusorio. Oggi più che mai servono investimenti strutturali sulla prevenzione dei conflitti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica agli allevatori, nuove tecnologie, informazione sul territorio sulle buone pratiche di coesistenza”.
