23 Gennaio 2026
/ 23.01.2026

Russia senza più accesso allo spazio. Colpa della guerra in Ucraina

Durante l’ultimo lancio di di un razzo, si è registrato un danno al cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan: finché non sarà riparato Mosca non potrà inviare equipaggi nello spazio

La guerra in Ucraina, l’embargo tecnologico, le difficoltà finanziarie e industriali. Tante ragioni, ma quel che è certo è che, almeno fino alla fine di febbraio, l’orgogliosa Russia della cosmonautica non sarà in grado di lanciare veicoli spaziali con astronauti a bordo. Lo scorso 27 novembre 2025, infatti, un razzo Soyuz è decollato dal cosmodromo di Baikonur, in Kazakistan, portando in orbita i cosmonauti russi Sergei Kud-Sverchkov e Sergei Mikayev insieme all’astronauta statunitense Christopher Williams della Nasa. I tre hanno raggiunto senza problemi la Stazione Spaziale Internazionale, ma ben presto si è saputo che nel corso del lancio una massiccia piattaforma di servizio, dal peso stimato di 20 tonnellate, è precipitata nella trincea di deflusso dei gas sotto la piattaforma di lancio. Colpa della forza dei gas di scarico, che ha spinto fuori dal suo rifugio la struttura mobile usata per i preparativi.

È l’unica rampa che serve il segmento russo dell’ISS

Roscosmos, l’agenzia spaziale russa, ha confermato “danni” alla rampa di lancio, assicurando di avere i pezzi necessari e di intervenire “nel prossimo futuro”. Ma il nodo è operativo: dal 2019 quella è l’unica rampa che serve il segmento russo dell’Iss. Finché non sarà ripristinata, Mosca non potrà inviare equipaggi. Il fatto è storico: è la prima volta dal 1961 che la Russia si ritrova, di fatto, senza una capacità di lancio umano attiva.

Sul fronte dei rifornimenti, le alternative esistono ma non sostituiscono tutto. SpaceX può portare persone e cargo, ma soltanto il veicolo Progress – lanciato da un Soyuz – può trasportare i propellenti necessari ai propulsori del segmento russo della stazione, cruciali per mantenere assetto e orientamento, fondamentali per i rendez-vous e per evitare instabilità. Il prossimo Progress era previsto per il 20 dicembre: un ritardo appare probabile. La Nasa, intanto, ha rassicurato che l’Iss dispone di capacità sufficienti per reboost e controllo d’assetto e non si attendono impatti immediati su queste funzioni.

L’incidente ha anche riacceso i riflettori sulla natura “analogica” dell’architettura Soyuz: affidabile da decenni, ma sorretta da procedure e hardware di epoca sovietica. Secondo Anatoly Zak, osservatore di lungo corso del settore, la piattaforma scorre su rotaie e rientra nel rifugio circa un’ora prima del decollo; blocchi e freni vengono installati manualmente, una routine ripetuta in oltre 1.600 lanci. Qui qualcosa non ha funzionato: errore umano o guasto meccanico, l’esito è un’infrastruttura pesantemente compromessa.

Un campanello d’allarme

Le fragilità non nascono nel vuoto. La guerra in Ucraina ha drenato risorse, mentre le sanzioni occidentali hanno complicato catene di approvvigionamento e collaborazioni. “Quanto è impegnata la leadership russa a riparare la rampa e a mantenere il contributo al programma ISS?”, si è chiesto Jeff Manber, oggi manager nel settore delle stazioni private. Un quarto di secolo fa, quando lavorava con i russi su Mir, non c’erano dubbi: si sarebbe sistemato tutto in fretta. Oggi bisogna misurare le capacità effettive, e l’episodio suona come un campanello d’allarme sulla longevità dell’ISS e sull’urgenza per la NASA di definire il dopo.

La geografia aggiunge un livello di complessità: Baikonur è in territorio kazako, affittato da Mosca, e la logistica di interventi strutturali risente di normative e tempi locali. Altri siti Soyuz esistono, ma sono troppo a nord per le orbite dell’ISS. Una soluzione ponte potrebbe consistere nel riutilizzo di piattaforme da rampe dismesse – incluso il sito storico del volo Gagarin – o da basi più lontane, ma si tratterebbe di adattamenti non immediati.

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