Che le mele siano tra i frutti più trattati con pesticidi non è una novità. Eora un’ulteriore conferma arriva da “Pesticide cocktails, PFAS and neurotoxins in most European apples“, il rapporto appena pubblicato da PAN Europe, una coalizione europea di organizzazioni non governative. Lo studio è basato sull’analisi di 59 campioni di mele acquistate in 13 Paesi europei, Italia compresa. Il quadro che emerge è coerente con quanto già documentato in passato: la grande maggioranza delle mele coltivate con metodi convenzionali presenta più residui di pesticidi contemporaneamente. Non uno, ma due, tre, fino a veri e propri “cocktail” di sostanze chimiche sullo stesso frutto.
La ragione è in parte agricola e in parte commerciale. Il melo è una pianta particolarmente vulnerabile a funghi, insetti e malattie come la ticchiolatura, e l’industria frutticola richiede frutti perfetti, lucidi, senza macchie e con una lunga conservabilità. Il risultato è che le mele sono storicamente tra le colture che ricevono il maggior numero di trattamenti fitosanitari ogni anno. Inoltre, dal punto di vista commerciale, nella grande distribuzione prevalgono criteri di omogeneità formale che costituiscono un’altra spinta all’uso intenso di prodotti di chimica di sintesi.
Il nodo dell’”effetto cocktail“
Le normative europee fissano limiti di sicurezza per ogni pesticida preso singolarmente. In molti casi, i residui rilevati rientrano formalmente nei parametri di legge. Il problema, però, è un altro: la coesistenza di più sostanze sullo stesso alimento e le possibili interazioni tra di esse una volta ingerite: cresce l’attenzione non solo alla singola sostanza, ma alla loro combinazione che sfugge alla regolamentazione.
È il cosiddetto “effetto cocktail”, un tema su cui la comunità scientifica insiste da anni. Anche dosi considerate sicure, se combinate, possono produrre effetti diversi – e potenzialmente più dannosi – rispetto a quelli valutati singolarmente. Una zona grigia che la regolazione fatica ancora ad affrontare in modo sistematico.
Anche i PFAS
Tra i residui individuati figurano anche sostanze particolarmente persistenti nell’ambiente, incluse molecole appartenenti alla famiglia dei PFAS, i cosiddetti “inquinanti eterni”. Composti che non si degradano facilmente e che possono accumularsi nel suolo, nelle acque e negli organismi viventi.
In molti campioni compaiono inoltre pesticidi classificati come “candidati alla sostituzione”, cioè sostanze che l’Unione europea considera tra le più problematiche e che dovrebbero essere progressivamente eliminate.
Un dato che colpisce riguarda il confronto con i limiti previsti per gli alimenti destinati all’infanzia. Applicando i parametri più stringenti validi per i bambini piccoli, gran parte delle mele analizzate non dovrebbero essere vendute.
Questa indagine suona dunque come una conferma dei rischi legati a un uso intensivo di pesticidi di sintesi chimica di cui il modello agricolo dominante continua a fare largo uso. Per i consumatori, le indicazioni restano le stesse da anni. Il biologico è la scelta che offre le maggiori garanzie. Mentre lavare accuratamente la frutta o sbucciarla spesso non risolve il problema perché molti pesticidi di sintesi chimica usate sono sistemici, cioè possono penetrare nella polpa del frutto.
