28 Febbraio 2026
/ 27.02.2026

Ghiacciai più leggeri, pianure più assetate

Più caldo uguale meno neve. Meno neve uguale fiumi più poveri. Fiumi più poveri uguale sete. Ci piace così o vogliamo cambiare?

Diciamo la verità. Aspettiamo tutti un po’ di sole: siamo stufi di un inizio anno che i più fortunati hanno passato sotto l’ombrello e i meno fortunati con problemi più seri causati dall’intensificarsi delle piogge. E in cambio di tutto questo ci aspetteremmo almeno un’estate senza problemi con il rubinetto. Sbagliato. Dal punto di vista della sicurezza idrica un metro cubo di acqua non vale sempre uguale. Dipende dalla forma che prende, dipende dalla temperatura del momento in cui arriva la precipitazione. Se fa troppo caldo anche in montagna,invece della neve arriva la pioggia e la differenza è enorme. La pioggia scorre via e non rimangono scorte in forma solida per alimentare i fiumi in primavera.

È questo quello che sta succedendo. In Valle d’Aosta, secondo l’aggiornamento 2025 del monitoraggio “SottoZero”, le precipitazioni complessive dell’anno hanno raggiunto 902 millimetri, circa l’8% in meno rispetto alla media storica e ben al di sotto dei valori registrati l’anno precedente. Un calo che riguarda non solo la pioggia ma soprattutto la neve, cioè la principale riserva idrica naturale per le stagioni calde.

Il dato che colpisce è la riduzione dell’accumulo nevoso in quota: meno neve in inverno significa meno acqua disponibile in primavera ed estate, cioè nel momento in cui agricoltura, città e produzione idroelettrica dipendono in modo significativo dallo scioglimento progressivo della neve. Le Alpi funzionano da enorme serbatoio: immagazzinano acqua sotto forma di ghiaccio e neve e la rilasciano lentamente nei mesi caldi. Se il serbatoio si riempie poco, dal rubinetto estivo esce poco.

Negli ultimi cinquant’anni in Valle d’Aosta sono scomparsi 125 ghiacciai e la superficie glaciale regionale si è ridotta di circa il 41%. È un dato che fotografa una trasformazione strutturale del paesaggio alpino. E non si tratta di un’anomalia locale: l’intero arco alpino ha perso oltre il 40% della superficie glaciale rispetto alla metà dell’Ottocento, con un’accelerazione evidente negli ultimi decenni.

Il problema non è solo la quantità di neve, ma anche la sua qualità e durata. Inverni più miti favoriscono precipitazioni sotto forma di pioggia anche a quote medio-alte. La neve che cade tende a sciogliersi prima, riducendo la funzione di accumulo. Questo altera il calendario naturale dei deflussi: più acqua subito, meno acqua dopo. In un contesto di estati sempre più calde e periodi siccitosi più frequenti, la perdita di questo “effetto spugna” naturale amplifica la vulnerabilità dei territori a valle.

C’è poi un aspetto meno immediato ma cruciale: la stabilità dei versanti. Il ritiro dei ghiacciai e la degradazione del permafrost rendono le montagne più instabili, aumentando il rischio di frane e crolli perché il ghiaccio non è solo una riserva idrica, è anche un elemento strutturale della tenuta del paesaggio alpino. Ma le Alpi si stanno scaldando più rapidamente della media globale e questo rende l’ambiente montano particolarmente sensibile alle variazioni climatiche.

In questa situazione servono misure efficaci per chiudere il rubinetto degli inquinanti (i gas serra emessi soprattutto usando combustibili fossili e deforestano) e misure di adattamento per convivere con la crisi climatica. Ma Trump sta sabotando gli sforzi globali per la sicurezza climatica e il governo italiano non si degna di rendere operativo un piano di adattamento climatico. I problemi climatici non sono una fatalità: sono frutto di scelte che possiamo cambiare. Più caldo uguale meno neve. Meno neve uguale fiumi più poveri. Fiumi più poveri uguale sete. Ci piace così?

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