28 Febbraio 2026
/ 27.02.2026

Scorie digitali nel cervello dei delfini

Uno studio internazionale svela come le sostanze chimiche dei rifiuti elettronici si accumulano nei cetacei in via di estinzione e risalgono la catena alimentare

I nostri televisori, smartphone e computer spesso non sparisconocompletamente quando li buttiamo. Cambiano forma. Diventano polveri, frammenti, molecole invisibili che viaggiano nell’aria, scorrono nelle acque reflue e, infine, raggiungono il mare. Lì entrano negli organismi marini e si accumulano, fino ad arrivare nel cervello dei delfini. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Environmental Science & Technology, che per la prima volta documenta la presenza di monomeri di cristalli liquidi (LCM) nei tessuti di cetacei in via di estinzione nel Mar Cinese Meridionale.

Si tratta di un’impronta chimica precisa, riconducibile agli schermi dei dispositivi elettronici. Quelle stesse sostanze che permettono immagini nitide e colori brillanti diventano, una volta disperse nell’ambiente, inquinanti persistenti e biologicamente attivi.

Dal salotto agli abissi

Gli LCM sono composti organici sintetici progettati per essere estremamente stabili. È una qualità fondamentale per garantire la durata degli schermi, ma si rivela devastante quando queste molecole entrano nei cicli naturali. “Ironicamente, proprio questa stabilità è ciò che le rende un problema per l’ambiente: non si decompongono facilmente”, ha spiegato al Guardian Yuhe He, ricercatore della City University di Hong Kong e coautore dello studio.

Per 14 anni, il team ha analizzato campioni di grasso, muscoli, fegato, reni e tessuto cerebrale di delfini megattere e focene senza pinna dell’Indo-Pacifico, selezionando 62 diversi LCM. Le concentrazioni più alte sono state trovate nel grasso, ma la scoperta più inquietante riguarda la loro presenza nel cervello, prova che queste sostanze riescono a superare la barriera emato-encefalica.

Un campanello d’allarme biologico

Le analisi di laboratorio mostrano che i quattro LCM più diffusi interferiscono con i meccanismi di riparazione del DNA e con la divisione cellulare. Alterazioni sottili, ma potenzialmente in grado di compromettere la salute degli animali nel lungo periodo. “La presenza di LCM nel loro cervello è un importante campanello d’allarme”, ha dichiarato He. “Se possono attraversare la barriera emato-encefalica nei delfini, dobbiamo preoccuparci del rischio di effetti simili negli esseri umani esposti attraverso frutti di mare contaminati o persino bevendo acqua”.

La catena alimentare è infatti il principale vettore di accumulo. Gli stessi contaminanti sono stati rintracciati nei pesci e negli invertebrati di cui si nutrono i cetacei, suggerendo un percorso diretto dai rifiuti elettronici ai nostri piatti.

La “fast tech” che non vediamo

Ogni anno il mondo produce circa 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. A spingere questa crescita è la logica della “fast tech”: dispositivi economici, spesso difficili da riparare e progettati per durare poco. Un modello industriale che scarica sull’ambiente i costi reali dell’innovazione continua.

Durante il periodo di osservazione, i ricercatori hanno notato una correlazione tra l’uso degli LCM negli schermi e la loro presenza negli animali marini. Quando i produttori hanno iniziato a sostituirli con i LED, le concentrazioni sono diminuite. Un segnale chiaro: le scelte industriali hanno effetti diretti sugli ecosistemi.

Prevenire anziché rincorrere i danni

Non esistono ancora prove definitive di un impatto diretto sulla salute umana, ma attendere certezze assolute potrebbe essere un errore strategico. “Questo è un segnale d’allarme. Se aspettiamo che il danno sia pienamente dimostrato, probabilmente sarà troppo tardi”, avvertono gli autori.

Le soluzioni esistono e sono immediate: allungare la vita dei dispositivi, favorire la riparazione, utilizzare canali certificati di riciclo e, soprattutto, introdurre normative più severe sull’impiego di sostanze chimiche persistenti prima dell’immissione sul mercato.

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