5 Marzo 2026
/ 5.03.2026

Mari più alti del previsto: 130 milioni di persone in più a rischio

Oltre 130 milioni di persone in più potrebbero trovarsi a vivere in aree che finiranno sotto il livello del mare o in zone estremamente vulnerabili alle mareggiateentro la fine del secolo a causa dell’innalzamento del livello del mare. Secondo nuove simulazioni, se gli oceani saliranno di circa un metro – uno scenario climatico considerato probabile per il 2100 – le aree costiere esposte alle inondazioni potrebbero essere molto più estese del previsto.

Questo scenario emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature, che mette in discussione alcune delle basi utilizzate finora per stimare l’altezza degli oceani e prevedere l’impatto del cambiamento climatico sulle coste del pianeta.

Un punto di partenza sbagliato

Il cuore dello studio riguarda il modo in cui la scienza ha calcolato il livello medio del mare. Molti modelli climatici utilizzano come riferimento una superficie teorica legata al campo gravitazionale terrestre, il cosiddetto geoid, una sorta di “livello zero” matematico degli oceani.

Il problema è che questa superficie ideale non coincide sempre con il livello reale dell’acqua. Correnti oceaniche, venti dominanti, variazioni di temperatura, densità dell’acqua e maree possono modificare significativamente l’altezza effettiva del mare lungo le coste. Quando questi fattori vengono integrati nei calcoli, il quadro cambia.

Secondo lo studio pubblicato su Nature, il livello degli oceani utilizzato come riferimento in molte analisi potrebbe essere stato sottostimato in media di circa 30 centimetri. In alcune aree del pianeta la differenza sarebbe ancora più ampia. Nelle regioni dell’Indo-Pacifico e del Sud-Est asiatico, ad esempio, lo scarto tra i modelli teorici e il livello reale del mare potrebbe arrivare fino a un metro o più.

Rischi più grandi per le zone costiere

Se il livello di partenza è più alto, anche le proiezioni future cambiano. Con un innalzamento degli oceani di circa un metro entro la fine del secolo – una soglia considerata plausibile da molti scenari climatici – la superficie di territorio esposta alle inondazioni costiere potrebbe essere circa il 37% più grande rispetto a quanto stimato finora.

Questo significa che le mappe di rischio utilizzate per valutare l’impatto dell’innalzamento del mare potrebbero essere troppo ottimistiche. Delta fluviali, arcipelaghi tropicali e grandi pianure costiere risultano tra le aree più vulnerabili, soprattutto dove la densità abitativa è elevata. Molti piani di difesa costiera, dalle barriere contro le mareggiate ai sistemi assicurativi contro le alluvioni, si basano su modelli che potrebbero dunque non rappresentare con precisione la situazione reale: se il livello del mare è più alto di quanto indicato da alcune simulazioni, il margine di sicurezza su cui sono state progettate molte infrastrutture potrebbe essere più ridotto.

Un fenomeno già in accelerazione

Il problema si inserisce in una tendenza ormai consolidata. Dalla fine dell’Ottocento il livello medio globale dei mari è aumentato di circa 16-21 centimetri, e quasi metà di questo incremento si è verificato negli ultimi trent’anni. Il riscaldamento degli oceani provoca infatti l’espansione termica dell’acqua, mentre la fusione dei ghiacciai continua ad aggiungere nuovi volumi al sistema oceanico.

In molte zone costiere la situazione è aggravata anche dalla subsidenza, cioè dall’abbassamento progressivo del terreno dovuto a processi naturali o a attività umane come l’estrazione di acqua o idrocarburi.

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