10 Marzo 2026
/ 9.03.2026

Quando il feed ci rende più soli

Nei social network gli amici scompaiono e gli algoritmi diventano editori invisibili dell’informazione

Aprire un social network oggi significa spesso entrare in una piazza affollata di sconosciuti. Video virali, post consigliati, contenuti di creator mai seguiti: in molti casi gli amici compaiono solo di tanto in tanto, come ospiti occasionali.

È un cambiamento profondo. Le piattaforme nate per mantenere, e ripristinare, relazioni personali stanno progressivamente diventando qualcos’altro: sistemi di distribuzione dei contenuti governati da algoritmi che selezionano cosa vedremo sullo schermo.

Il feed che non controlliamo più

Chi utilizza i social da molti anni ricorda un meccanismo molto diverso. Nei primi tempi la logica era semplice: i contenuti apparivano in ordine cronologico e provenivano soprattutto dalle persone che avevamo scelto di seguire.

Oggi la maggior parte delle piattaforme funziona secondo un modello opposto. I sistemi di raccomandazione analizzano in tempo reale ciò che guardiamo, quanto tempo concentriamo la nostra attenzione su un video o su una foto, quali post commentiamo. Da questi dati costruiscono un flusso personalizzato che mescola contatti reali e contenuti suggeriti.

Il risultato è un feed che non riflette più soltanto le nostre relazioni ma anche — e spesso soprattutto — le previsioni del software su ciò che potrebbe trattenerci più a lungo online.

La logica economica dietro lo scroll infinito

Il motivo di questa trasformazione è legato al modello di business dei social network. Le piattaforme sono gratuite per gli utenti, ma generano ricavi attraverso la pubblicità digitale.

In questo contesto la variabile decisiva è il tempo trascorso sullo schermo. Più a lungo una persona resta connessa, maggiore è il numero di annunci che può visualizzare.

Gli algoritmi di raccomandazione sono quindi progettati per massimizzare l’engagement, cioè la probabilità che un contenuto venga guardato, commentato o condiviso. Studi accademici hanno mostrato che i post emotivamente forti o controversi tendono a produrre più interazioni e quindi ricevono maggiore visibilità nelle piattaforme algoritmiche.

Non più social media ma media algoritmici

Questa evoluzione ha portato alcuni studiosi a proporre una nuova definizione: ‘algorithmic media’. Le piattaforme non si limitano a ospitare conversazioni tra utenti, ma svolgono una funzione simile a quella di un editore, decidendo quali contenuti mettere in evidenza e quali relegare in fondo al flusso informativo.

Ogni secondo sistemi automatici esaminano enormi quantità di dati per stabilire cosa mostrare a milioni di persone. Secondo il Pew Research Center una quota crescente di utenti riceve notizie proprio attraverso questi contenuti suggeriti, spesso provenienti da fonti mai seguite direttamente.

Un cambiamento che riguarda anche il dibattito pubblico

Se gli algoritmi determinano la visibilità dei contenuti, il loro ruolo non è più soltanto tecnico. Influenzano ciò che diventa virale, le discussioni che emergono e persino i temi che dominano il dibattito online.

I social network restano luoghi di relazione, ma la loro architettura è ormai sempre più simile a quella di un grande sistema di distribuzione dei contenuti.

Ed è proprio qui che nasce la domanda: se le piattaforme selezionano ciò che vediamo con logiche di engagement e pubblicità, quanto resta dell’idea originaria di una rete costruita soprattutto per tenere in contatto le persone?

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