La montagna italiana sta cambiando rapidamente: l’aumento delle temperature e la riduzione delle nevicate stanno rendendo sempre più fragile il “sistema neve”, ma le politiche pubbliche faticano ad adeguarsi. Secondo il dossier Nevediversa 2026 di Legambiente, circa il 90% dei fondi pubblici destinati al turismo montano continua a sostenere gli impianti sciistici, mentre alla riconversione delle infrastrutture e alla diversificazione dell’offerta turistica arrivano solo risorse marginali.
Il rapporto propone una fotografia aggiornata delle Alpi e degli Appennini in un contesto segnato dalla crisi climatica, mostrando come molte località stiano facendo sempre più fatica a mantenere il modello tradizionale basato sulle piste.
Impianti chiusi e strutture abbandonate
Uno dei segnali più evidenti della trasformazione in corso è l’aumento delle infrastrutture sciistiche inutilizzate. In Italia sono 273 gli impianti sciistici dismessi censiti lungo l’arco alpino e sull’Appennino. Accanto a questi si contano 247 “edifici sospesi“, ovvero alberghi, residence e altre strutture turistiche abbandonate o sottoutilizzate.
Il Piemonte è la regione con il maggior numero di impianti dismessi, seguito dalla Lombardia. Per quanto riguarda invece gli edifici abbandonati, i numeri più alti si registrano in Valle d’Aosta, Lombardia e Piemonte lungo l’arco alpino, mentre sull’Appennino situazioni diffuse emergono in Toscana, Abruzzo, Marche e Sicilia. Tra i casi simbolo citati nel dossier figura il Grand Hotel Wildbad di San Candido, una struttura storica oggi in stato di forte degrado che rappresenta le difficoltà di molte località montane nel reinventare il proprio futuro.
Gli impianti che sopravvivono grazie ai finanziamenti
Accanto alle infrastrutture definitivamente abbandonate esiste poi una vasta area di situazioni intermedie. In Italia risultano 106 impianti temporaneamente chiusi, mentre 98 funzionano in modo intermittente, alternando stagioni di apertura e chiusura. Ancora più significativo è il numero degli impianti che continuano a operare soltanto grazie al sostegno economico pubblico: sono 231 i casi definiti di “accanimento terapeutico“, cioè strutture che restano in funzione nonostante le difficoltà economiche e climatiche.
Lombardia, Abruzzo ed Emilia-Romagna sono le regioni dove questa situazione è più diffusa, segno di un sistema che fatica ad adattarsi a condizioni ambientali sempre più incerte.
Tra neve artificiale e nuovi “Luna park della montagna“
Per compensare la diminuzione della neve naturale si moltiplicano gli investimenti nell’innevamento artificiale. In tutta la Penisola sono stati censiti 169 bacini destinati alla produzione di neve programmata, concentrati soprattutto nelle regioni alpine.
Parallelamente stanno nascendo nuove attrazioni pensate per mantenere attrattive le località turistiche anche in assenza di neve. Il dossier segnala la diffusione dei cosiddetti “Luna park della montagna“, strutture con piste di tubing, bob su rotaia o altre attività ludiche integrate ai comprensori sciistici. In Italia ne sono stati censiti 28, con una presenza significativa in Lombardia e Toscana.
Secondo Legambiente, però, queste soluzioni rischiano di accentuare l’artificializzazione degli ambienti montani senza affrontare davvero le cause strutturali della crisi del turismo invernale.
Olimpiadi e grandi eventi sotto pressione
Il cambiamento climatico sta mettendo in discussione anche il futuro dei grandi eventi sportivi legati alla neve. Studi scientifici indicano che entro pochi decenni quasi la metà delle sedi olimpiche invernali potrebbe perdere l’affidabilità climatica necessaria per ospitare le gare, mentre per le Paralimpiadi il numero delle località idonee potrebbe ridursi drasticamente.
In questo contesto anche le Olimpiadi Milano-Cortina 2026 sono osservate con attenzione. Tra ritardi nelle opere, costi elevati e infrastrutture imponenti, il dibattito sul lascito di questi eventi resta aperto, soprattutto alla luce di un ambiente montano sempre più fragile.
Ripensare il futuro della montagna
I dati mostrano come la stagione nevosa sulle Alpi si sia accorciata sensibilmente rispetto a mezzo secolo fa e come lo spessore del manto nevoso sia diminuito in modo significativo. Sugli Appennini la presenza di neve è diventata ancora più incerta, rendendo difficile programmare le stagioni sciistiche.
Anche il turismo legato allo sci registra segnali di rallentamento. Per la stagione 2025-2026 è stimato un calo significativo degli sciatori giornalieri e una lieve flessione dei soggiorni turistici, pur in un settore che continua a generare un volume economico importante per le località di montagna.
Per Legambiente la risposta non può limitarsi a sostenere un modello ormai in difficoltà. Il “Manifesto della Carovana dell’accoglienza montana” propone di puntare su un turismo più diversificato, capace di valorizzare paesaggi, cultura e comunità locali e di ridurre la dipendenza dalla neve.
La montagna, in altre parole, è chiamata a ripensare il proprio futuro. In un clima che cambia rapidamente, continuare a puntare solo sulle piste rischia di trasformarsi in una scommessa sempre più difficile.
