Il Parlamento italiano ha dato il via libera definitivo al declassamento del lupo. Con il voto del Senato alla legge di delegazione europea, dopo il passaggio alla Camera, la specie passa da “rigorosamente protetta” a “protetta”, recependo l’orientamento europeo che consente ai Paesi membri una gestione più flessibile delle popolazioni. Una scelta che riapre un confronto acceso tra politica, comunità scientifica e associazioni ambientaliste.
Secondo Legambiente si tratta di una decisione presa con troppa fretta e senza un adeguato supporto scientifico. “Il via libera definitivo arrivato dal Senato, dopo quello della Camera, alla legge di delegazione europea contenente anche il recepimento del declassamento del lupo rappresenta a nostro avviso un grave errore. Abbassare il livello di protezione di questa specienon andrà a risolvere i conflitti sociali in corso”, dichiara Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente.
L’associazione sottolinea che il provvedimento rischia di compromettere i risultati ottenuti negli ultimi decenni nella conservazione della specie e di aprire un precedente pericoloso per altre specie protette. Raimondi osserva inoltre che l’idea di ricorrere agli abbattimenti selettivi per ridurre i conflitti con le attività zootecniche non è supportata da prove solide sulla sua reale efficacia.
Un ritorno frutto della conservazione
Negli ultimi cinquant’anni il lupo è passato da specie sull’orlo dell’estinzione a presenza stabile in molte aree europee. Anche in Italia la popolazione si è progressivamente ricostituita, tornando a occupare territori da cui era scomparsa. Questo recupero è considerato uno dei risultati più significativi delle politiche di tutela della biodiversità.
Proprio il ritorno del predatore ha però riacceso tensioni nelle aree rurali e montane, soprattutto per gli attacchi al bestiame. Per alcune realtà locali il declassamento rappresenta uno strumento per gestire meglio situazioni di conflitto; per ambientalisti e ricercatori, invece, il rischio è che si scelga una scorciatoia politica senza affrontare le cause reali del problema.
“Il vero nodo è la gestione”
Per la comunità scientifica è pericoloso muoversi senza una strategia condivisa. “Quando si parla di tutela della biodiversità e di protezione di una specie importante come il lupo, le decisioni dovrebbero essere prese nell’ambito di una strategia a lungo termine, supportate da dati completi e piani integrati”, commenta Valeria Salvatori, ricercatrice e responsabile del Progetto UE Life Wild Wolf. “Il voto definitivo espresso dall’Aula del Senato dovrebbe essere adesso associato ad un piano strutturato, che manca da oltre 15 anni in Italia. Il tema della tutela del lupo è molto serio e complesso, così come della coesistenza con le attività umane, ma per non perdere il prezioso lavoro fatto in questi decenni, grazie al qual il lupo da specie quasi estinta è tornato a una popolare la nostra Penisola bisogna mantenere saldi tre cardini: continuare a muoverci nel perimetro e nel rispetto della normativa comunitaria, investire maggiormente in programmi di monitoraggio e con trasparenza condividerne i risultati, rafforzare l’impegno nella valutazione dell’efficacia dei prelievi per la soluzione di situazioni critiche. È importante che la decisione presa dal Parlamento venga accompagnata da misure tecniche che garantiscano la risoluzione dei complessi esistenti come quello degli esemplari confidenti o delle predazioni, e non rappresenti solo una decisione politica presa sull’onda emotiva”.
Le misure che ancora mancano
Queste misure di prevenzione delle predazioni, precisa Valeria Salvatori, consistono in recinzioni elettrificate e cani da guardiania, considerate tra le soluzioni più efficaci. Ma anche una rigorosa campagna di monitoraggio dello stato di salute delle popolazioni dei lupi. Oggi invece non c’è una banca dati ufficiale aggiornata sulle morti dei lupi, spesso legate al bracconaggio, e non sono state ancora attuate politiche adeguate per contrastare il fenomeno dell’ibridazione con i cani.
Per questo è importante che il cambiamento normativo non si traduca semplicemente in un allentamento delle tutele. Senza una strategia condivisa il rischio è quello di alimentare ulteriormente il conflitto sociale senza risolvere i problemi sul territorio.
La vera sfida resta quindi la convivenza tra attività umane e grandi carnivori. Una questione complessa che richiede politiche di lungo periodo, dati scientifici solidi e un sistema di prevenzione capace di accompagnare il ritorno di una delle specie simbolo della fauna europea.
