17 Marzo 2026
/ 17.03.2026

Stop alle pellicce, pressione sull’Ue: 80 mila firme per il divieto totale

Sempre più cittadini chiedono il divieto totale: ora la decisione spetta alla Commissione Ue

Oltre 80 mila firme raccolte in appena quattro mesi e consegnate a Bruxelles: è un segnale politico che torna a bussare con forza alle porte della Commissione europea. A portarlo è Humane World for Animals Europe, che chiede un divieto totale dell’allevamento per la produzione di pellicce e della vendita dei relativi prodotti nell’Unione. Un appello che si somma a quello, più ampio, dell’Iniziativa dei Cittadini Europei “Fur Free Europe“, capace di superare 1,5 milioni di adesioni.

La Commissione dovrà decidere entro fine mese se imboccare la strada del bando o limitarsi a introdurre standard minimi di benessere animale. Una scelta tecnica solo in apparenza: in gioco c’è un modello produttivo sempre più contestato.

Gabbie, stress e scienza

Nel luglio 2025 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha spiegato ciò che da anni denunciano associazioni e veterinari: gli allevamenti di visoni, volpi, cani procione e cincillà non sono in grado di garantire condizioni di vita adeguate.

Spazi ridotti, assenza di stimoli, impossibilità di esprimere comportamenti naturali: il risultato è un quadro fatto di stress cronico, lesioni e problemi sanitari. Questo sistema appare incompatibile con il benessere animale.

Un’industria che si restringe

Il dato politico è altrettanto chiaro: 18 Stati membri hanno già vietato l’allevamento per pellicce, mentre altri hanno introdotto restrizioni. Eppure il settore non è ancora marginale: circa 6 milioni di animali continuano a vivere in quasi 1.200 allevamenti, soprattutto in Paesi come Finlandia, Polonia, Spagna e Grecia.

Il paradosso è evidente. Da un lato cresce il numero di governi che abbandonano il comparto, dall’altro persistono sacche produttive che mantengono in vita un mercato sempre più fragile.

Una questione etica

Il tema riguarda la sofferenza animale ma anche la nostra salute. Gli allevamenti di pellicce sono stati più volte associati a rischi sanitari: durante la pandemia di COVID-19 centinaia di strutture sono risultate positive, portando all’abbattimento di milioni di visoni. Più di recente, anche l’influenza aviaria ha colpito decine di allevamenti europei.

C’è poi il capitolo ambientale. L’impronta carbonica della pelliccia di visone è tra le più alte nel settore tessile: decine di volte superiore rispetto a materiali come cotone o poliestere. Un dato che pesa in un’Europa impegnata a ridurre le emissioni e a promuovere filiere sostenibili.

La moda ha già scelto

Mentre la politica discute, il mercato si è mosso con maggiore rapidità. Oltre 1.600 marchi e rivenditori hanno abbandonato le pellicce, e le principali Fashion Week internazionali le hanno escluse dalle passerelle. Anche le grandi riviste di moda hanno adottato linee editoriali fur-free. Le alternative più sostenibili stanno diventando sempre più competitive, riducendo ulteriormente lo spazio commerciale per la pelliccia tradizionale.

La decisione che manca

Il quadro complessivo è quello di un settore in declino, ma non ancora archiviato. Per questo la scelta della Commissione europea assume un valore decisivo: introdurre un divieto significherebbe allineare la normativa a una realtà già in trasformazione; limitarsi a standard minimi rischierebbe invece di prolungare una transizione che, nei fatti, è già iniziata. Le 80 mila firme consegnate oggi indicano una direzione. E, soprattutto, rendono più difficile ignorarla.

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