17 Marzo 2026
/ 17.03.2026

L’India, trainata da Tata, si lancia nella corsa industriale al solare

Nuovi investimenti su polisilicio e wafer per ridurre la dipendenza dalla Cina: tra domanda interna e incentivi pubblici, Nuova Delhi punta all’autonomia energetica

In India la corsa al solare sta cambiando marcia. Il gigante industriale Tata sta avviando la costruzione della più grande fabbrica del Paese per la produzione di lingotti di polisilicio, il materiale di base da cui nascono celle e pannelli. Una mossa che segnerebbe un passaggio strategico: non più soltanto moduli e assemblaggio, ma la scalata verso gli anelli a monte della catena, lingotti e wafer, oggi dominati dall’industria cinese.

L’annuncio è stato dato dall’amministratore delegato di Tata Power, Praveer Sinha. Lo stabilimento avrebbe una capacità produttiva di 10 gigawatt e utilizzerà gli aiuti pubblici previsti dal governo. Lo stabilimento completerebbe la presenza di Tata Power lungo l’intera filiera produttiva: la società dispone già di 4,9 GW di capacità integrata per celle e moduli. Oltre a Tata, anche un altro colosso industriale, Adani Group, ha avviato un impianto con una capacità annua di 2 GW per lingotti e wafer di polisilicio. 

Il quadro domestico aiuta a spiegare la svolta a monte. Fino a novembre 2025 l’India ha aggiunto circa 35 GW di nuova capacità solare, portando il totale installato a circa 133 GW e le rinnovabili complessive a circa 254 GW. Da un lato, la domanda interna cresce e l’India ha fissato l’obiettivo di 500 GW di capacità non fossile entro il 2030; dall’altro, l’export di moduli diventa meno appetibile quando i mercati di destinazione alzano barriere, come gli Stati Uniti con dazi e standard che rendono complesso competere sul prezzo. 

Nella pratica, costruire capacità a monte non è un semplice upgrade. Il polisilicio elettronico richiede processi energivori, investimenti ingenti, standard di purezza elevatissimi e una supply chain chimica che l’India sta ancora consolidando. Lo stesso vale per i wafer, che obbligano a competere con economie di scala costruite in oltre un decennio di primato asiatico. Ma gli incentivi pubblici e la domanda interna possono colmare il gap, soprattutto se le tecnologie adottate trovano sbocchi sia nel mercato utility-scale sia in quello commerciale e residenziale. In questo quadro, il “segnale” che gruppi come Tata, Adani e altri inviano al mercato è soprattutto politico-industriale: l’India non vuole limitarsi al montaggio finale.

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