31 Agosto 2026
/ 31.08.2026

COP17, la difesa del suolo vale 1,3 miliardi di dollari

A Ulan Bator governi, banche e territori provano a trasformare gli impegni contro la desertificazione in investimenti. Ma resta un vuoto finanziario enorme

Da Ulan Bator arriva una cifra che pesa: 1,3 miliardi di dollari. È l’impegno annunciato alla COP17 per finanziare progetti di ripristino del territorio e di resilienza alla siccità in 23 Paesi di cinque continenti. Un passo avanti, per usare le parole di chi ha negoziato in questi giorni nella capitale mongola. Ma un passo che resta piccolo se confrontato con l’ampiezza del problema.

La Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD) lo dice chiaramente: le risorse oggi disponibili coprono solo una piccola parte di quanto servirebbe ogni anno per proteggere e ripristinare i territori del pianeta. Il divario resta enorme, ed è proprio da qui che la COP17 ha provato a ripartire, cercando di rendere la tutela della terra un tema che riguardi anche banche, istituzioni finanziarie e investitori privati, e non solo i ministeri dell’ambiente.

Il prezzo dell’inazione

Per capire la dimensione del problema basta guardare la terra sotto i nostri piedi. Buona parte delle terre coltivabili del pianeta ha perso fertilità, e questo significa meno cibo, meno acqua disponibile, più vulnerabilità alla siccità e alla perdita di biodiversità. In alcuni casi, significa anche persone costrette a lasciare la propria terra.

È un cortocircuito: restare fermi costa più che agire. Non intervenire sul degrado del territorio costa quasi 900 miliardi di dollari ogni anno, mentre terreni sani possono restituire fino a 1.800 miliardi attraverso cibo, acqua e capacità di trattenere carbonio. Il World Economic Forum stima che ogni dollaro investito nel territorio possa generare un ritorno molto elevato. Eppure la tutela del suolo e delle risorse idriche continua a ricevere solo una piccola fetta dei finanziamenti climatici globali.

Sappiamo quanto costa non fare nulla, sappiamo quanto potrebbe rendere agire. Ma la distanza tra le due cose, per ora, resta quasi tutta da colmare.

Dalla crisi alla prevenzione

Uno dei temi centrali emersi dalla COP17 è il tentativo di cambiare sguardo: non aspettare che la siccità sia già un’emergenza per occuparsene. I Paesi hanno trovato un consenso sulla necessità di passare da una gestione dell’emergenza a una gestione preventiva, che significa pianificare meglio l’uso del suolo, restituire all’acqua le sue funzioni naturali e imparare a trattenerla nel terreno prima che serva davvero.

L’IUCN ha giudicato ancora troppo timida l’ambizione della decisione finale. Il tema tornerà sul tavolo alla prossima COP, in programma in Egitto nel 2028. La sfida resta la stessa: smettere di rincorrere la siccità dopo che ha già colpito, e cominciare a costruire territori capaci di reggerne l’urto prima che arrivi.

I territori dentro il negoziato

La Mongolia, che ha ospitato la conferenza, è forse il luogo più emblematico per capire quanto questa sfida sia reale: gran parte del suo territorio è già classificato come degradato, mentre il deserto del Gobi continua ad avanzare, chilometro dopo chilometro. Anche l’Uzbekistan ha portato a Ulan Bator un quadro difficile: secondo quanto riferito durante i lavori, la maggior parte del Paese è ormai deserto o si sta trasformando in tale.

Alla COP17 i territori hanno cercato di conquistare più spazio nel negoziato. È stata lanciata la Rangelands Flagship Initiative, dedicata ai pascoli e ai mezzi di sussistenza delle popolazioni pastorali. L’IUCN ha insistito soprattutto su un punto: senza una governance inclusiva, senza sicurezza nel possesso della terra e senza la possibilità per le comunità pastorali di continuare a muoversi, non si va lontano.

La dimensione locale è entrata al vertice anche attraverso il primo Forum dei sindaci, che ha riunito rappresentanti da tutto il mondo. I partecipanti hanno firmato una dichiarazione congiunta, impegnandosi a costruire in tempi brevi una rete di città delle zone aride e dei climi estremi.

Ora viene la parte più difficile

A Ulan Bator sono stati annunciati investimenti, programmi, alleanze e nuovi impegni. Conta, ma non basta: per quanto ambiziosa, una conferenza internazionale non può fermare da sola l’avanzata del deserto.

La sfida comincia adesso, negli ettari di terreno che verranno ripristinati, nell’acqua che si riuscirà a conservare, nella capacità delle comunità più esposte di continuare a vivere nei luoghi che chiamano casa.

La partita della desertificazione riguarda in fondo ciò che la terra può ancora dare: cibo, acqua, lavoro, biodiversità, e la possibilità per milioni di persone di avere un futuro proprio lì dove vivono oggi. Ed è questo il punto più importante uscito dalla COP17: proteggere il suolo non è un costo, ma un investimento sulla capacità del pianeta – e nostra – di continuare a reggere.

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