Ci sono dei casi in cui uomo e natura collaborano. Come è successo in Cornovaglia, nel Regno Unito, dove un contadino, nel 2017, ha deciso di liberare una coppia di castori all’interno dei suoi campi. E, a distanza di anni, conferma: l’impatto è stato sorprendentemente positivo: un caso da manuale di rinaturalizzazione.
Il suo terreno, che all’inizio era un semplice territorio da pascolo umido, si è trasformato con il tempo in una preziosa zona faunistica. E le dighe dei castori hanno contribuito a creare stagni che hanno rinvigorito la biodiversità e offerto rifugio a numerosissime specie. Ma non solo, perché effetti positivi ci sono stati anche sulle risorse idriche, soprattutto nei periodi di siccità.
Lo studio dell’Università di Cambridge
Chris Jones, questo è il nome del contadino britannico, è davvero entusiasta del suo progetto. E a confermare la sua riuscita c’è uno studio dell’Università di Cambridge, condotto proprio nei suoi terreni. La ricerca ha dimostrato che il fiume che scorre attraverso il “recinto” costruito dai castori aveva livelli di nitrati molto più bassi rispetto ad altri corsi d’acqua. Il che, è dovuto all’azione filtrante delle dighe e della vegetazione circostante.
Ancora, le dighe costruite dai piccoli roditori hanno ridotto la velocità dell’acqua e dunque hanno aiutato a prevenire le inondazioni dei villaggi vicini. Ma non è stata solo la natura a beneficiarne: grazie alla presenza dei castori, dal 2017 tantissime persone hanno visitato la fattoria di Jones per ammirare questi animali nel loro habitat naturale, portando a una piccola ma significativa ripresa del turismo locale.
La dura realtà della rinaturalizzazione degli ambienti
Quella di Jones è sicuramente una storia a lieto fine, ma, come sottolineano gli esperti, è un caso estremo, bellissimo sì, ma oggettivamente difficile da realizzare. “Dalla rinaturalizzazione e dallo ‘sfruttamento’ degli animali per scopi utili anche all’uomo ci possono essere sì dei benefici, ma va analizzato contesto per contesto” spiega Stefano Grignolio, docente dell’Università di Ferrara. “Va portata avanti una strategia, ed è necessario analizzare, caso per caso, tutte quelle che sono le implicazioni negative e positive”.
Uno dei principali ostacoli della rinaturalizzazione riguarda infatti proprio l’interazione delle specie animali con l’uomo: “Ci sono diversi progetti per riequilibrare gli ecosistemi in città, aumentando per esempio le aree con piantumazioni di diverso tipo. E questo sicuramente ha delle ricadute positive in termini di temperature e di diffusione delle specie all’interno delle città”, prosegue l’esperto. “Ma noi siamo pronti, persone che viviamo in città, a quelle che poi saranno le interazioni, anche non positive, con queste specie? Perché ci sono possibilità che questi animali attuino comportamenti che a noi ‘danno fastidio’, come costruire nidi sui tetti, o che si diffondano specie meno gradite”.
“Il caso del contadino inglese dimostra che la strada è percorribile, certo, ma è complesso”, continua Grignolio. “Ogni progetto va valutato attentamente e bisogna tenere in considerazione vari fattori. Il messaggio che la rinaturalizzazione sia una soluzione semplice e immediata non è realistico: si tratta di un processo delicato che richiede un’analisi profonda e un approccio equilibrato”.
Il caso dei castori in Italia
Partendo proprio dal caso dei castori raccontato da The Guardian, Grignolio racconta: “Negli ultimi anni in Italia ci sono stati dei rilasci di animali in modo illegale, e proprio perché sono stati fatti senza studi adeguati, ora non abbiamo idea di quelle che potranno essere le conseguenze”. E prosegue: “Ci auguriamo che siano positive, ma non lo sappiamo: la costruzione di quelle dighe, nel caso della Cornovaglia, ha dato un risultato positivo. Ma se sono costruite dai castori in un ambiente come il nostro, più fragile rispetto a quello del Regno Unito sia dal punto di vista biologico che morfologico, c’è il rischio che ci siano degli allagamenti in campi attualmente coltivati, e questa non è una ricaduta positiva”.
Insomma, la rinaturalizzazione è certamente un obiettivo da perseguire, e anche le normative – sia a livello europeo che nazionale – non impongono particolari vincoli. “Forse dovremmo, come enti pubblici, essere più di supporto alla realizzazione di questi progetti, con fondi, detassazione, e via dicendo””, conclude l’esperto. “Ma non possiamo ignorare che è una strada complicata. Soprattutto perché troppo a lungo, con una visione sempre più antropocentrica, sembriamo esserci dimenticati che anche noi umani, come la flora e la fauna, siamo ospiti di questo mondo, e non i padroni”.