Poco consapevoli, esigenti, disillusi. Gli italiani guardano alla sostenibilità come a un valore imprescindibile, attribuendo un forte senso di responsabilità a governi, imprese e istituzioni. Eppure, solo una minoranza ne conosce davvero il significato, mentre la maggior parte si muove tra slogan familiari e una comprensione ancora superficiale. Pretendono azioni concrete, ma si dichiarano delusi da quanto finora realizzato. La sostenibilità è, per loro, una promessa chiara nei principi ma ancora nebulosa nella pratica quotidiana.
È il terzo rapporto dell’Osservatorio Sodalitas sulla Sostenibilità Sociale d’Impresa a fotografare la conoscenza in ambito di sostenibilità. E parte proprio da una domanda semplice: conosce davvero cosa significhi sostenibilità? Solo il 19% degli italiani risponde di saperlo “con esattezza”. La maggior parte – il 58% – dice di saperlo “abbastanza bene”, mentre un 23% ammette di averne solo sentito parlare senza conoscerne il significato. In altre parole, “sostenibilità” è ormai entrata nel linguaggio comune, ma rimane ancora vaga per molti.
Lo stesso discorso vale per l’Agenda 2030 dell’Onu: quasi dieci anni dopo la sua firma, solo il 16% degli italiani sa davvero di cosa si tratta. Più della metà la conosce di nome, ma senza dettagli, e ben il 28% non ne ha mai sentito parlare. Nemmeno la formazione scolastica o universitaria sembra aver colmato il gap. Ma sono i più giovani a dare speranza. Infatti, ragazze e ragazzi, tra i 18 e i 24 anni, sono i più informati e sensibili: il 30% conosce l’Agenda 2030 e oltre il 40% riconosce nella sostenibilità un fattore chiave di scelta, tanto nei consumi quanto nel lavoro. La loro attenzione è rivolta in particolare ai temi della transizione climatica, della parità di genere e dell’economia circolare.
Eppure, gli italiani non si tirano indietro quando si tratta di indicare chi dovrebbe guidare il cambiamento. Per il 73% di loro, le grandi imprese devono avere un ruolo chiave nella transizione sostenibile, prima c’è la politica con il Governo, 81%, e l’Europa, 78%. Le aspettative sono alte, ma la fiducia nei fatti non è proporzionale: il divario tra ciò che “potrebbero fare” e ciò che “stanno facendo” è infatti enorme. Il Governo delude di più, con uno scarto di ben 66 punti percentuali. Le imprese non sono da meno: il gap è di 58 punti, lo stesso dell’Europa. Anche i cittadini stessi si riconoscono poco virtuosi: 50 punti di differenza tra potenziale di ciascuno di noi per una società più equa e sostenibile, 66% pensa che potrebbe fare moltissimo, e quello sta facendo realmente, 16%. Le uniche realtà che riescono a strappare un giudizio positivo sono le piccole imprese e le organizzazioni non profit, rispettivamente con un divario più contenuto di 36 e 14 punti.
E cosa si aspettano davvero dalle aziende? Idee chiare e azioni concrete. In cima alla lista ci sono tre priorità ambientali: corretto smaltimento dei rifiuti, 70%, riduzione delle emissioni, 65%, e uso di energie rinnovabili 60%. Seguono, con oltre il 40%, la scelta di confezioni riciclabili e la riduzione dell’impatto ambientale dei prodotti.
Le imprese italiane sono quindi sempre più chiamate a misurare il proprio impegno verso la sostenibilità. Lo richiedono le nuove direttive europee, a partire dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (Csrd), e lo chiedono anche i cittadini, che con crescente convinzione vogliono sapere quanto le aziende facciano per l’ambiente, per i lavoratori e per la comunità.
È chiaro quindi che agli italiani non basta più sentir parlare di sostenibilità: chiedono che dalle parole si passi ai fatti, con risultati concreti. Dalla politica alle grandi imprese, chi guida il cambiamento oggi ha l’occasione – e la responsabilità – di fare davvero la differenza.