25.02.2025
A Roma la Cop 16 per fermare il declino della biodiversità
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Due giorni per riprendere il filo di un discorso bruscamente interrotto in Colombia e tentare di affrontare i temi rimasti sul tavolo delle trattative. Da oggi e fino al 27 febbraio prenderanno il via a Roma, presso la sede della Fai, i lavori della Conferenza delle Parti (Cop) sulla biodiversità, una sorta di “COP16 bis”. L’appuntamento, infatti, arriva a pochi mesi dalla Cop16 di Cali, in Colombia, sospesa lo scorso 2 novembre per il mancato accordo sulle risorse economiche che i Paesi del Nord globale avevano promesso di destinare al Sud del mondo per contrastare la perdita di biodiversità.
L’eredità di Cali
Eppure, la kermesse sembrava essere partita sotto i migliori auspici con due importanti risultati ottenuti: la creazione di un fondo per la condivisione dei benefici derivanti dall’uso delle risorse genetiche e la creazione di un organismo permanente per i popoli indigeni. Sul tavolo, però, sono rimaste importanti questioni da dirimere: garantire un accesso diretto ai finanziamenti per i popoli indigeni e le comunità locali; assicurare che il fondo di Cali per convogliare le risorse derivanti dall’uso commerciale della natura venga reso operativo in modo corretto, giusto ed equo; raggiungere un accordo, entro il 2025, su un piano per ridurre gradualmente, riformare ed eliminare gli incentivi finanziari dannosi per la natura.
Dimenticata Montreal
Lo stallo più grande da superare è la mancanza di impegni concreti dei Paesi più ricchi in favore di quelli in via di sviluppo, i più impattati dalla perdita di biodiversità: una questione essenziale per attuare il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework (KM-GBF), il Quadro Globale per la Biodiversità scaturito della storica COP15 di Montreal del 2022. Tra i target principali stabiliti dal KM-GBF, ci sono la protezione di almeno il 30% degli ecosistemi marini e terrestri entro il 2030, un flusso di risorse economiche dai Paesi sviluppati a quelli meno sviluppati di 20 miliardi di dollari all’anno entro il 2025 e di 30 miliardi all’anno entro il 2030, una riduzione dei sussidi ai settori dannosi per la biodiversità di almeno 500 miliardi di dollari entro il 2030.
Report e accuse
Secondo il Wwf, ogni anno circa 7.000 miliardi di dollari si riversano in attività che alimentano la crisi naturale e climatica, sotto forma di finanza privata, incentivi fiscali e sussidi pubblici che aggravano il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi.
Oltre la metà del Pil globale, il 55%, pari a 58.000 miliardi di dollari, dipende in misura moderata o elevata dalla Natura e dai suoi servizi. Eppure, sostiene il Wwf, il nostro attuale sistema economico attribuisce alla natura un valore prossimo allo zero. Reindirizzando anche solo il 7,7% dei flussi finanziari negativi, conclude l’Ong, potremmo colmare il deficit di finanziamento per soluzioni basate sulla natura e fornire benefici alla natura, al clima e al benessere umano attraverso la protezione, il ripristino e la gestione sostenibile delle nostre terre e delle nostre acque.
Tra il 2016 e l’inizio del 2023, denuncia il report di Greenpeace “EU Bankrolling ecosystem destruction”, diverse istituzioni finanziarie con sede in Italia hanno contribuito con 10 miliardi di euro in credito e oltre 2,5 miliardi di euro in investimenti a importanti società in settori come quelli lattiero-caseario, della mangimistica, dei biocarburanti e del packaging, che mettono a rischio gli ecosistemi del pianeta. Uno studio che quantifica l’impatto della deforestazione legata ai consumi delle economie più sviluppate, pubblicato sulla rivista scientifica Nature nel 2024, evidenzia in particolare come tra il 2001 e il 2015 circa l’80% della perdita di biodiversità associata ai consumi italiani sia avvenuta al di fuori dei confini nazionali: tra i 24 Paesi considerati, l’Italia si posiziona al settimo posto a livello globale e al quarto a livello europeo per perdita di biodiversità “importata”.
Da un rapporto di ODI (Overseas Development Institute) del giugno 2024 emerge inoltre che, a dispetto degli obiettivi fissati alla COP15 di Montreal, su 28 Paesi analizzati, 23 hanno versato meno della metà della quota promessa ai Paesi in via di sviluppo per arginare la perdita di biodiversità: 8,4 miliardi di dollari e un deficit di 11,6 miliardi di dollari. Tra i principali responsabili del ritardo ci sono Giappone, Regno Unito, Italia, Canada e Spagna, che mancano all’appello con 8,3 miliardi. Soltanto Norvegia e Svezia hanno rispettato il loro impegno.
Il caso Italia
L’Italia è il Paese europeo con la maggiore varietà di habitat e di specie, e il più alto numero di specie endemiche: oltre il 50% delle specie vegetali e il 30% di quelle animali di interesse conservazionistico a livello europeo si trovano solo nel nostro Paese. L’Italia vanta anche 85 tipi di ecosistemi terrestri, ma il 68% di questi è in pericolo, mentre il 30% delle specie presenti è a rischio estinzione. A oggi, le aree protette sul territorio italiano coprono appena il 17% della superficie terrestre e l’11% di quella marina; tuttavia, quest’ultima cifra è incerta perché include anche siti protetti soltanto su carta, come recentemente denunciato da Greenpeace. Eppure, il 32% degli habitat marini soggetti a degrado in Europa si trova proprio nel Mediterraneo.
Abbiamo dunque una straordinaria ricchezza di specie e habitat che però non sembra motivare la partecipazione di componenti del governo italiano. Nella conferenza stampa della Convenzione sulla Biodiversità di ieri, denuncia il Wwf, nonostante sia stata annunciata ai negoziati di Roma la presenza di quasi 30 tra ministri e viceministri dei Paesi aderenti alla Cop, più la Commissaria all’ambiente dell’Unione europea, non è stata citata la partecipazione di nessun ministro o sottosegretario italiano.