29 Agosto 2025
/ 29.08.2025

Epidemia tra le stelle marine, ora il responsabile ha un nome

Grazie a una collaborazione internazionale è stato individuato il batterio responsabile dell’epidemia che sta massacrando le stelle marine nel Pacifico nordamericano

Per dieci anni, lungo le coste del Pacifico nordamericano, miliardi di stelle marine sono scomparse, lasciando solo gusci molli e lembi di tessuto gelatinizzato. Gli scienziati hanno chiamato questo fenomeno Sea Star Wasting Disease (SSWD): una malattia che decimava le popolazioni di Pycnopodia helianthoides, comunemente nota come stella marina girasole, fino al 90%.

Tra il 2013 e il 2023 si stima siano scomparsi 5,8 miliardi di individui, tanto da far entrare la specie nella lista rossa dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura. Il mistero non riguardava la malattia in sé – la SSWD era ben nota e riconoscibile dai sintomi – quanto il suo responsabile, che per anni gli esperti non erano riusciti a identificare in un agente patogeno specifico.

Oggi, però, il mistero sembra risolto. Grazie a una collaborazione internazionale guidata dalla dottoressa Melanie Prentice e dalla dottoressa Alyssa Gehman dell’Hakai Institute, in British Columbia, è stato isolato il colpevole: un ceppo del batterio vibrio pectenicida, denominato FHCF-3. Questo microrganismo, già noto come patogeno di molluschi, è risultato presente in grande quantità nei fluidi celomatici degli esemplari infetti. Test di laboratorio hanno confermato che inoculato in individui sani provoca esattamente la stessa sequenza di sintomi: dalle piccole lesioni cutanee, alla contorsione e distacco degli arti, fino alla completa dissoluzione dei tessuti in una pasta biancastra, quasi come se l’animale si stesse sciogliendo.

Una lunga ricerca

Per dirla alla Sherlock Holmes, il percorso per sciogliere il bandolo della matassa è stato tutt’altro che lineare. In passato, infatti, erano già stati analizzati campioni di tessuto delle stelle marine, ma senza riuscire a identificare un agente patogeno chiaro. Questi esemplari, infatti, reagiscono a diversi stress ambientali – come ad esempio carenza d’ossigeno, sbalzi di salinità o temperature estreme – con segnali visivi simili a quelli della SSWD. E soltanto tramite l’analisi del fluido interno, meno contaminato da fattori esterni, si è potuto isolare e “catturare” il vero responsabile.

Il ritrovamento del batterio, però, oltre a dare risposte apre la strada anche a nuove domande: il vibrio pectenicida prospera in acque più calde, dunque, è lecito sospettare che il riscaldamento degli oceani, sia quello stagionale che quello legato alle ondate di calore marine anomale, possa aver favorito la sua diffusione. Il legame non è ancora provato, ma resta comunque un’ipotesi prioritaria di ricerca.

Dunque, l’impatto ecologico del collasso di queste popolazioni è stato enorme: questi echinodermi sono infatti voraci predatori dei ricci di mare e, in loro assenza, questi si sono moltiplicati senza freni, divorando intere foreste di kelp, alghe che fanno parte di alcuni ecosistemi più produttivi del pianeta. Forniscono infatti rifugio a migliaia di specie marine, proteggono le coste dall’erosione, sequestrano anidride carbonica e hanno un ruolo culturale e alimentare vitale per molte comunità costiere e popolazioni indigene. In altri termini, la loro perdita innesca una catena di effetti che colpisce tanto la biodiversità quanto le economie locali.

Ora gli scienziati stanno valutando le strategie per il recupero, dall’allevamento in cattività di individui resistenti al rilascio controllato in natura, fino a soluzioni probiotiche per riequilibrare la microbiologia marina. “Aver scoperto l’agente eziologico della malattia mi fa sperare che potremmo effettivamente fare qualcosa per le stelle marine girasole”, racconta Gehman, intervistata dal The Guardian.

CONDIVIDI

Continua a leggere