22 Settembre 2026
/ 22.09.2026

Abbiamo fatto saltare 7 limiti del pianeta su 9. Vuol dire che acqua, cibo e salute sono a rischio

L’ultimo Planetary Health Check certifica il superamento di sette dei nove confini planetari: l’acidificazione degli oceani è l’ultima soglia caduta. Dietro numeri che sembrano da laboratorio ci sono l’acqua, il cibo e la salute di miliardi di persone

La pressione alta non equivale a un infarto immediato: segnala però che il rischio è cresciuto e che il margine per correre ai ripari si è ridotto. È l’immagine con cui Katherine Richardson, tra le scienziate che hanno disegnato la mappa dei confini planetari, spiega che cosa accade quando la Terra oltrepassa uno dei suoi limiti di sicurezza. La diagnosi diffusa il 21 settembre somiglia a quella di un organismo sotto sforzo eccessivo: dei nove confini che tengono in equilibrio il pianeta, sette sono ormai superati.

La “cartella clinica” della Terra

I confini planetari sono nove processi che regolano la stabilità del sistema Terra: dal clima all’acqua dolce, dai cicli di azoto e fosforo alla biodiversità. Insieme definiscono uno “spazio operativo sicuro” per l’umanità: i margini entro cui il pianeta si è mantenuto negli ultimi 10 mila anni, l’intervallo di condizioni stabili che ha reso possibili l’agricoltura, le città e le società moderne. Uscirne non equivale a spegnere un interruttore, ma fa salire il rischio di cambiamenti su larga scala, duraturi e difficili da invertire.

Sette soglie oltrepassate

Il Planetary Health Check 2026, firmato da oltre 60 scienziati del laboratorio dedicato del Potsdam Institute for Climate Impact Research, aggiorna ogni anno questa mappa. I confini varcati sono sette: cambiamento climatico, integrità della biosfera, uso del suolo, acqua dolce, cicli di azoto e fosforo, “nuove entità” – dai pesticidi alla plastica ai PFAS – e, per la prima volta, acidificazione degli oceani. Restano entro i limiti soltanto lo strato di ozono e la concentrazione di aerosol nell’atmosfera, gli unici due indicatori in miglioramento nell’ultimo decennio.

Perché ci riguarda tutti

Detta così, sembra materia per addetti ai lavori. In realtà ogni soglia tocca la vita quotidiana. Il clima fuori controllo significa ondate di calore che rendono meno vivibili intere regioni, uragani e incendi inarrestabili; le “nuove entità” sono le microplastiche e le sostanze chimiche che ritroviamo nel sangue e nell’acqua potabile; l’eccesso di azoto e fosforo avvelena falde e fiumi; l’acidificazione degli oceani, provocata dall’anidride carbonica assorbita dal mare, corrode gusci e coralli e mette a rischio la pesca da cui dipendono centinaia di milioni di persone. Rendere comprensibile a tutti ciò che oggi capiscono in pochi è la prima mossa per reagire in modo efficace.

Un anno di record

Che il pianeta sia sotto pressione lo raccontano anche i dodici mesi appena trascorsi. Le alluvioni del monsone in Pakistan, nel 2025, hanno colpito quasi 7 milioni di persone. Il calore immagazzinato dagli oceani ha toccato un nuovo massimo: tra il 2023 e il 2025 lo stress termico ha sbiancato circa l’84% delle barriere coralline del mondo, il più vasto episodio mai osservato. L’Europa occidentale ha vissuto il bimestre giugno-luglio più caldo di sempre, con siccità in Francia, Spagna, Germania e Regno Unito e incendi diffusi. I “serbatoi” naturali di carbonio, foreste e suoli, sfibrati da caldo, siccità e roghi, assorbono meno anidride carbonica e in alcune aree rischiano di rilasciarla.

“La diagnosi è inequivocabile”, ha sintetizzato Boris Sakschewski, coordinatore del rapporto: la pressione cresce su ogni confine già oltre il limite, mentre si assottiglia il margine di errore. Eppure il messaggio non è di resa. “Non abbiamo il lusso del tempo, ma abbiamo le conoscenze e le soluzioni per cambiare rotta”, ricorda Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute. E l’ex presidente della Colombia Juan Manuel Santos, tra i promotori dell’iniziativa, sceglie un’immagine politica: riportare la Terra entro i suoi limiti è un processo di pace che nessun Paese può condurre da solo.

Dopo aver letto questi dati pensate che sia impossibile interpretarli con una punta di speranza? Non è proprio così. Uno dei due confini che ancora resistono è quello dello strato di ozono che in alta quota ci ripara dai raggi ultravioletti. Proprio quello che negli anni Ottanta del secolo scorso sembrava spacciato. I cfc, i clorofluorocarburi utilizzati nelle bombolette spray e nei circuiti refrigeranti, lo stavano disgregando. L’allarme è scattato, la comunità internazionale ha reagito, i ricercatori hanno messo a punto delle alternative, l’industria si è attrezzata. Nel 1987 a Montreal è stato firmato il protocollo per la messa al bando dei cfc la pressione sullo strato di ozono è progressivamente scesa.

Abbiamo la possibilità di ridurre il rischio anche sui sette fronti in questo momento sotto stress, ma non è un compito che si può affrontare da soli, limitandosi alle buone pratiche individuali. Deve diventare una priorità per chi guida le scelte collettive e orienta la spesa pubblica. Una bella sfida per ridare vigore alle democrazie.

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