27 Marzo 2026
/ 27.03.2026

Alla Galleria Didart la mostra che mette a nudo la fragilità del Pianeta

Il contrasto tra i ghiacciai di Işık Akgün e le borse di argilla di Billur Akgün in un’indagine visiva su ecosistemi e memoria

Il ghiaccio dell’Islanda e la terra cotta di un laboratorio ceramico. Due mondi distanti che si incontrano a Milano, in via Sant’Orsola 8/A, per un progetto espositivo che mette a confronto la scala monumentale della natura con quella intima degli oggetti quotidiani. Fino al 2 aprile 2026, la mostra curata da Dida Turaman presenta le fotografie di Işık Akgün e le sculture di Billur Akgün: un percorso documentato che costringe a guardare in faccia la vulnerabilità della materia.

Geografie remote sotto l’obiettivo

Il lavoro di Işık Akgün attraversa i ghiacciai dell’Artico, le savane africane e le aree rurali dell’Asia con un rigore che registra i mutamenti della luce e del territorio. I dati visivi che emergono dalle sue stampe raccontano di un equilibrio naturale precario. La figura umana, quando appare, è un elemento minuscolo, quasi perso nell’immensità.

Questa scelta stilistica documenta il rapporto sbilanciato tra l’uomo e gli ecosistemi: siamo testimoni di una maestosità che appare eterna, ma che le cronache climatiche attuali rivelano essere in rapida trasformazione. Le immagini dell’Islanda, in particolare, mostrano come la luce possa rendere visibile la struttura interna dei ghiacci, evidenziandone la bellezza e, contemporaneamente, la velocità con cui questi colossi si stanno ritirando.

La metamorfosi della borsa in ceramica

Sul fronte opposto della galleria, il linguaggio cambia scala e materiale. Billur Akgün lavora sulla forma della borsa, l’oggetto più comune e funzionale della nostra routine. La scelta della ceramica per riprodurre accessori solitamente morbidi o flessibili crea un effetto di spiazzamento immediato. La borsa smette di servire a trasportare qualcosa e diventa essa stessa il messaggio: una forma scultorea pesante, rigida, ma pronta a frantumarsi al minimo urto.

L’artista si concentra sui dettagli della superficie: texture, fiori stilizzati e segni che simulano l’usura del tempo. Queste opere rendono tangibile il concetto di memoria dell’oggetto. Ogni piega impressa nell’argilla rappresenta il modo in cui tocchiamo o stringiamo ciò che possediamo. La ceramica cristallizza le nostre abitudini, trasformando un prodotto industriale in un pezzo unico che porta i segni dell’identità di chi lo ha immaginato.

Dialogo tra forme e materiali

Il percorso espositivo pone in un dialogo continuo i due artisti. Da una parte la fotografia fissa l’istante di una natura che sembra immobile e invece svanisce; dall’altra la ceramica dà corpo e durevolezza a un oggetto effimero della moda. Il punto di contatto è la fragilità: quella dei grandi sistemi ambientali e quella della nostra memoria individuale.

L’appuntamento alla Galleria Didart (aperta dal lunedì al venerdì, dalle 10.00 alle 17.30) offre una visione su come l’arte contemporanea possa documentare il mondo senza ricorrere a slogan, preferendo la precisione del dato visivo e la solidità del manufatto artigianale.

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