22 Febbraio 2024
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Memoria, Spettacolo

Anne Frank, la memoria ad un passo dalla fine

27.01.2024

Scena da "Il Diario di Anna Frank".

«Che colpa ne abbiamo noi?». A più di settant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale è ancora difficile leggere la domanda di Anne che esprime la radicalità del male, di cui il nazifascismo si è reso responsabile. Ecco che resta la testimonianza di una delle Opere più note della letteratura Occidentale, scritta in clandestinità e sopravvissuta all’autrice, ora presente nella versione scenica contro ogni tentativo di oblio.

Raccontare la Shoah significa sfiorare l’indicibile, osare l’inosabile. Ma conservare la memoria diventa atto insopprimibile, davanti ai tentativi di svuotarla di significato. Poi, arriva il “Diario di Anne Frank”, dalla natura ambivalente di letteratura in fieri e documento, a contrastare la dimenticanza. Il teatro (nella riduzione di Goodrich e Hackett, Premio Pulitzer nel 1956), d’un colpo, diventa luogo intimo capace di srotolare storie inquiete e porre quesiti che interrogano le nostre coscienze assopite. Ed ecco materializzarsi, dall’angusta casa sul retro, attraverso la lettura di Otto Frank (il padre della piccola Anne), le pagine di un brogliaccio d’appunti, ad evocare con triste realismo le vicende di due famiglie (i Frank e i Van Daan) strapazzate dalla storia, nella Amsterdam del 1942 in ostaggio della furia persecutoria nazista.

L’unica responsabilità: essere ebrei. Il trauma storico fa sgorgare fiotti di freschezza da un nascondiglio, affidando alla forza delle parole il valore della vita. Così Anne Frank, in mezzo al marasma di spossessamento di corpi, anime e oggetti che è stata la Shoah (ladra di dignità altrui), in un flusso continuo di vitalità seppur dolorosa, si fa icona e trascende quel grande morbo screziato da svastiche. Dentro lo spazio “irridente” di una bomboniera milanese qual è il Teatro San Babila, in una sorta di matrioska a mo’ di gabbia in quattro ambienti su due livelli, velluti rossi e sguardi attenti abbracciano i percorsi dolorosi di una quotidianità minuta. Si sfogliano le pagine della dismisura tra il presente ed un futuro minaccioso incombente (ecco l’irrisione), dalla distribuzione del cibo, ai turni in bagno, le notizie di lampi di guerra immanenti, il timore delle malattie, all’ansia di non essere scoperti, che trapuntano di sogni, angosce e illusioni il cielo nascosto (se non la sera, da una finestra piccola così) di una tredicenne vogliosa di conoscere l’avvenire, in un percorso di formazione che ribalta il mondo adolescenziale per trasformarsi in incubo.

L’azione scenica, sapientemente ritmata da Carlo Emilio Lerici, il regista, nell’instabile equilibrio tra tragedia e leggerezza, zampilla in ogni angolo, incuneandosi tra figure denudate di certezze, rapprese nella loro nuova condizione privata degli agi borghesi, sul filo di emozioni mutevoli, a comporre caratteri contrastanti, egoismi, paure, speranze. La “danza macabra”, di strindberghiana memoria, riaffiora sinistra, tra i canti per la festa di Hannukkah, sirene ululanti, squilli di telefono improvvisi e voci ostili da fuori. Tutti sanno tutto, ma nessuno fiata, dopo scatti d’ira e liti domestiche, in questo microcosmo nascosto, permeato di isolamento e attesa vana. Mentre i colori del cielo filtrano da un lucernario, rischiarati dalla luce corrusca dei bombardamenti, a illuminare anche la tenerezza di due anime che si aprono all’amore.

Dentro silenzi prolungati e sguardi assenti puntati verso il non ritorno, la domanda di Anne, «Che colpa ne abbiamo noi?» si fa sferzante, con quella spumeggiante carica pre-giovanile (Angelica Accarino, dalla felicità ingenua) insinuantesi tra i tremori pacificanti del padre (Roberto Attias) e della madre (Francesca Bianco), nella coralità della compagnia del Teatro Belli, dalle inesauste proposte civili (illuminata da lassù, da chi non c’è più ma è lì: prezioso, indimenticato Antonio Salines). Da quando è morta nel campo di concentramento di Bergen-Belsen,1945, Anne Frank è venuta ad abitare nel nascondiglio delle nostre case. Nelle nostre coscienze. Col suo barlume di speranza.

Credito fotografico: di Francesco Mancuso

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