Ogni inverno, quando piogge intense e neve sciolta fanno crescere la portata dei fiumi nei Balcani, la stessa scena torna a ripetersi. Nel tratto della Drina vicino alla città bosniaca di Višegrad, l’acqua color smeraldo del fiume si trasforma in una distesa di rifiuti galleggianti. Bottiglie di plastica, sacchi, pneumatici, mobili, elettrodomestici e persino rifiuti sanitari arrivano a valle formando un’enorme discarica sull’acqua. È un fenomeno che dura da anni e che, nonostante le promesse politiche, continua a ripresentarsi con impressionante regolarità.
L’accumulo dei rifiuti dietro la diga
Il punto in cui il problema diventa visibile è la barriera installata davanti alla centrale idroelettrica di Višegrad. Qui il fiume trascina tutto ciò che incontra lungo il percorso e lo blocca contro una rete di protezione pensata per evitare che i detriti danneggino le turbine. Nel giro di poche settimane si forma una massa compatta di rifiuti che può raggiungere tra 5.000 e 6.000 metri cubi ogni stagione.
La pulizia richiede l’impiego di gru, escavatori e chiatte che lavorano per mesi. In molti casi le operazioni durano fino all’estate, perché il materiale accumulato è una quantità enorme e continua ad arrivare anche mentre le squadre di operatori lo rimuovono. Questo lavoro si ripete praticamente ogni anno da oltre due decenni.
Rifiuti da tre Paesi
La Drina attraversa e collega Bosnia-Erzegovina, Serbia e Montenegro, raccogliendo lungo il percorso numerosi affluenti. È proprio lungo questi corsi d’acqua secondari che si trovano molte discariche abusive o mal gestite. Quando le piogge fanno gonfiare i fiumi, l’acqua trascina i rifiuti dalle rive e li porta nel corso principale.
La spazzatura può viaggiare per decine di chilometri prima di fermarsi alla barriera vicino alla diga. Il risultato è una sorta di “discarica galleggiante” che copre la superficie del fiume con plastica, legno, metalli e oggetti di ogni tipo, compresi barili arrugginiti o apparecchi domestici.
Un ecosistema sotto pressione
La Drina è uno dei fiumi più importanti dei Balcani. Lunga oltre 340 chilometri, attraversa una regione montuosa ricca di biodiversità ed è conosciuta per le sue acque limpide e per le attività turistiche come rafting e pesca. La presenza di tonnellate di rifiuti rappresenta quindi un doppio problema. Da un lato mette a rischio l’ecosistema fluviale e la fauna ittica, dall’altro danneggia l’economia locale basata sul turismo naturalistico. Inoltre parte dei rifiuti recuperati viene spesso bruciata nelle discariche locali, con il rischio di liberare sostanze tossiche nell’aria.
Un problema politico prima che tecnico
Per molti ambientalisti la causa principale non è tecnica ma politica. Le istituzioni dei tre Paesi si incontrano periodicamente e annunciano programmi di cooperazione, ma sul terreno i risultati restano limitati. Gli attivisti denunciano da anni una mancanza di coordinamento e di volontà politica nel contrastare le discariche illegali e migliorare la gestione dei rifiuti nelle aree rurali.
Le possibili soluzioni sono note: mappare i siti di scarico abusivi, installare barriere e sistemi di sorveglianza lungo gli affluenti, migliorare i sistemi di raccolta e soprattutto rafforzare la cooperazione transfrontaliera. Senza interventi a monte, spiegano le associazioni locali, ogni operazione di pulizia rischia di essere solo temporanea.
La sfida ambientale dei Balcani
Il caso della Drina è diventato uno dei simboli delle difficoltà ambientali dei Balcani occidentali, una regione che cerca di avvicinarsi all’Unione europea ma che deve ancora colmare importanti ritardi nella gestione dei rifiuti e nella tutela delle acque.
Intanto, lungo il fiume si continua a lavorare per liberare la barriera dalla montagna di plastica e rottami accumulati durante l’inverno. Ma senza un intervento strutturale a monteil prossimo inverno porterà con sé lo stesso spettacolo: un fiume che invece di scorrere libero sembra trasformarsi, ancora una volta, in una discarica galleggiante.
