L’Italia che cammina è anche l’Italia che resiste allo spopolamento, che riapre botteghe, che tiene in vita servizi essenziali. È uno dei fili conduttori della nuova legge sui cammini, appena approvata alla Camera e ora attesa al passaggio finale in Senato, che punta a dare una cornice nazionale a una rete di itinerari culturali, naturalistici e religiosi già molto frequentati ma finora frammentati.
Il punto politico è chiaro: i cammini non sono solo sentieri, ma infrastrutture leggere capaci di portare flussi turistici dove il turismo di massa non arriva. E qui l’incastro con i piccoli Comuni è quasi automatico.
Secondo le stime dell’istituto Demoskopika, i Comuni turistici sotto i 5mila abitanti potrebbero superare nel 2026 i 21 milioni di arrivi e sfiorare gli 80 milioni di presenze, con una permanenza media stabile intorno ai 3,7 giorni. Numeri tutt’altro che marginali, se si considera che una manciata di grandi città italiane concentra volumi simili, ma con costi ambientali e sociali decisamente più alti.
Una regia comune
In questo scenario, la legge sui cammini prova a fare quello che finora è mancato: mettere ordine. Banca dati nazionale, standard di qualità, coordinamento tra Stato e Regioni, promozione anche all’estero. Una regia comune per valorizzare ciò che già esiste. Perché il problema dei cammini italiani non è l’assenza di offerta, ma la disomogeneità: segnaletica che cambia da un territorio all’altro, livelli di accoglienza discontinui, informazioni spesso difficili da reperire.
Il legame con i piccoli Comuni è strategico. Oggi oltre 2.600 realtà locali a vocazione turistica concentrano più del 14% degli arrivi e oltre il 15% delle presenze nazionali. È il cosiddetto “undertourism”: meno folla, più esperienza, maggiore integrazione con le comunità locali. Un turismo che spende anche di più: la spesa media per soggiorno nei piccoli Comuni è stimata intorno ai 760 euro, con una ricaduta economica complessiva che potrebbe arrivare a 16 miliardi di euro, circa l’11% della spesa turistica nazionale.
I cammini intercettano perfettamente questa domanda. Camminatori, pellegrini, cicloturisti non cercano grandi attrazioni iconiche, ma paesaggi abitati, borghi vivi, servizi essenziali funzionanti. Ogni tappa diventa un moltiplicatore economico per strutture ricettive, guide, produttori locali, artigiani. Ed è qui che la legge può fare la differenza: trasformare un flusso spontaneo in una politica di sviluppo locale.
La crescita dei flussi internazionali
C’è poi un altro dato che pesa: la crescita dei flussi internazionali. Nei piccoli Comuni gli arrivi dall’estero potrebbero superare nel 2026 i 10 milioni, con un aumento più rapido rispetto alla domanda interna. È un segnale forte: l’Italia minore non è un ripiego, ma un prodotto turistico sempre più riconoscibile anche fuori dai confini nazionali.
La sfida, ora, è tutta nell’attuazione. Perché una legge, da sola, non fa miracoli. Servono investimenti mirati, governance locale, servizi digitali, accessibilità, trasporti minimi garantiti. Ma la direzione è quella giusta: usare i cammini come ossatura di un turismo più equilibrato, capace di alleggerire la pressione sulle grandi città e rimettere al centro territori che per anni sono rimasti ai margini.
In un Paese che ha fatto dell’overtourism un problema strutturale, camminare – lentamente – potrebbe essere una delle risposte più concrete.
