6 Ottobre 2026
/ 6.10.2026

“Economia circolare”: il riciclo è solo al terzo posto

Esiste una gerarchia in cinque gradini, ordinati per preferenza ambientale: prevenzione dei rifiuti, preparazione al riutilizzo, riciclo, altro recupero (compreso il recupero energetico), smaltimento come ultima opzione

Nel 2023, l’Italia ha riciclato il 75,3% dei propri rifiuti di imballaggio, prima o seconda in Europa su base pro-capite (CONAI, luglio 2024). Nello stesso anno, il tasso di circolarità complessiva dell’economia italiana era al 20,8% (Eurostat). Nel 2024, quello dell’Unione europea era al 12,2%: un aumento di 1,5 punti percentuali rispetto al 10,7% del 2010, dopo quattordici anni di piani d’azione. Il Piano d’azione UE per l’economia circolare (CEAP 2020) mira a raddoppiare quella quota entro il 2030. L’Agenzia europea per l’ambiente certifica che l’obiettivo non è raggiungibile con il solo riciclo. I due numeri non misurano la stessa cosa.

“Economia circolare” non è un sinonimo di riciclo. La Direttiva Quadro sui Rifiuti (2008/98/CE) stabilisce una gerarchia in cinque gradini, ordinati per preferenza ambientale: prevenzione dei rifiuti, preparazione al riutilizzo, riciclo, altro recupero (compreso il recupero energetico), smaltimento come ultima opzione. Il riciclo è il terzo gradino. Prima di lui stanno la prevenzione, che riduce i rifiuti prodotti in assoluto, e la preparazione al riutilizzo, che rimette in circolo un oggetto senza trasformarlo. Un’economia circolare funzionante costruisce prevalentemente i primi due gradini. Il riciclo è l’opzione in cui finisce ciò che non si è riusciti a prevenire o a riutilizzare.

Il principale indicatore con cui l’Europa misura il proprio progresso verso la circolarità non misura questa gerarchia. Il tasso di circolarità dei materiali (CMUR), pubblicato ogni anno da Eurostat, calcola la quota di materiali che proviene da fonti riciclate rispetto al totale utilizzato. Non considera quanti rifiuti siano stati evitati, né quanti prodotti siano stati riparati invece di sostituiti. L’EEA riconosce questa limitazione nel proprio framework di monitoraggio: gli aspetti legati al mantenimento del valore dei prodotti e dei materiali nel tempo, come il design per la circolarità, la riparazione e il riutilizzo, non sono ancora inclusi. Lo stesso CEAP 2020 afferma che fino all’80% degli impatti ambientali di un prodotto è determinato nella fase di progettazione. Non esiste un indicatore europeo che misuri se quella fase stia diventando più circolare.

Un ristorante che ricicla il 75% dei propri rifiuti ma ogni sera getta via metà delle verdure acquistate perché ne ha comprate troppe ha un tasso di riciclo alto. La quantità di cibo sprecato non compare in nessun indicatore del ristorante circolare. Un tasso alto al terzo gradino non dice nulla sui primi due.

Alcune normative europee recenti intervengono sui gradini superiori della gerarchia. Il Regolamento sugli Imballaggi e i Rifiuti di Imballaggio (Reg. UE 2025/40), entrato in vigore nell’11 febbraio 2025, introduce per la prima volta obiettivi vincolanti di riutilizzo degli imballaggi, non solo di riciclo. Il Regolamento sull’Ecodesign per Prodotti Sostenibili (ESPR, Reg. UE 2024/1781) estende i requisiti di progettazione ecologica a una gamma più ampia di prodotti, includendo durabilità e riparabilità già nella fase di design. Un Circular Economy Act, previsto per il 2026, dovrebbe rendere vincolanti alcune misure oggi ancora facoltative. Il framework di monitoraggio è stato aggiornato nel 2023 con nuovi indicatori. Il CMUR rimane però il numero principale comunicato al pubblico.

L’Italia occupa in quel numero una posizione di rilievo: seconda in Europa per tasso di circolarità complessiva nel 2024 (Eurostat) e leader pro-capite nel riciclo degli imballaggi. I due primati vengono presentati congiuntamente come prova di un’economia circolare avanzata. Il CONAI stesso, nel comunicato del luglio 2024, conclude però che “ora devono aumentare anche le percentuali di intercettazione degli altri rifiuti per rendere sempre più circolare la nostra economia”. Il riconoscimento che il riciclo degli imballaggi non basta è nella fonte che certifica il primato.

Va riconosciuto che il riciclo non è un ostacolo alla circolarità, ma la sua infrastruttura necessaria. Senza tassi di riciclo alti non si costruisce il mercato delle materie prime secondarie che alimenta anche i gradini superiori della gerarchia. I Paesi con i CMUR più alti sono anche quelli con le infrastrutture di riciclo più robuste. La critica documentata non riguarda il riciclo come pratica: riguarda il suo uso come metrica principale di un sistema che la stessa normativa descrive in cinque gradini.

Questa rubrica esplora le parole del clima il cui significato tecnico diverge dalla percezione comune. “Economia circolare” aggiunge un meccanismo nuovo: non una parola che perde precisione nel passaggio al linguaggio comune, ma un paradigma con una gerarchia normativa esplicita i cui gradini prioritari restano privi di indicatori pubblici, mentre il gradino terminale diventa sinonimo dell’intero sistema.

La prossima volta che leggete che un paese o un’azienda è leader nell’economia circolare, la domanda da farsi è una: circolare secondo quale gradino? Un tasso di riciclo alto misura quanto bene vengano gestiti i rifiuti prodotti. Non misura se quei rifiuti siano stati ridotti, se i prodotti siano stati progettati per durare, o se il riutilizzo stia sostituendo il consumo.

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