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Esteri

Elezioni USA, frammentazione ideologica

06.12.2023

I democratici più vicini a spaccarsi che a unirsi. Poco importa l’inarrestabile avanzamento di Trump, sembrano più interessati alle bandiere che alla vittoria. Biden paga la sua inadeguatezza comunicativa, la questione palestinese pesa più di quanto si pensi per la sinistra e gli ebrei non si trovano più a loro agio da quella parte.

Per battere Trump è meglio buttarsi al centro o a sinistra? È uno scenario dal sapore vagamente schizofrenico quello che si va disegnando negli USA, con i democratici intenti a denunciare la deriva dittatoriale nel caso di nuovo mandato Trump, ma contrari a fare fronte unito contro il pericolo. A 11 mesi dalle presidenziali del 2024, il partito democratico sembra, infatti, più vicino a spaccarsi che a unirsi. E poco importa che a destra Trump continui la marcia verso le primarie repubblicane con margini che lo mettono al sicuro da qualsiasi sorpresa: i democratici sembrano più interessati alle bandiere che alla vittoria. Da una parte, i moderati, che sbandierano il buon andamento dell’economia e la ritrovata centralità degli USA sullo scenario internazionale; dall’altro, la sinistra, più vicina ai palestinesi che a Israele.

Sul versante opposto, avviene tutto il contrario, con elettori e quadri del partito consapevoli delle caratteristiche negative di Trump, ma pronti a rivotarlo per spartire il potere centrale e periferico. Neppure i dati sembrano scalfire queste tendenze. Né l’aumento degli omicidi di massa (38 fino a ieri, nuovo primato per questa parte di anno), né la condanna in sede civile a New York per frode fiscale (il processo continua per definire la pena), né i 91 capi d’accusa penali sembrano in grado di spingere gli elettori repubblicani verso Ron Desantis o Nikki Haley, i due inseguitori che sommati non arrivano alla metà dei sostenitori di Trump.

In parte è chiaro che Biden paga lo scotto di non essere un comunicatore, con il risultato di non riuscire a vendere i suoi successi nel riparare i rapporti con gli alleati, contrastare la Cina (compreso il magistrale accordo con l’India per affossare la Via della seta), fermare la Russia.

È però pure vero che alcune fasce di elettori che sostenevano il partito democratico dai tempi di Franklin D. Roosevelt, quasi un secolo fa, non vi si riconoscono più e stanno traslocando. È il caso degli ebrei, visibilmente in difficoltà nel sostenere il partito di Rashida Tlaib, la deputata di origine palestinese che gira con la kefiya al collo e nei comizi proclama lo slogan “Dal fiume al mare”, equivalente alla distruzione di Israele. Ma è anche il caso dei cattolici, sempre più scettici verso le posizioni della Chiesa e di papa Francesco, ormai in aperto conflitto con la parte più conservatrice dei fedeli. Basti ricordare che Steve Bannon, ideologo e spin doctor di Trump, era appunto un irlandese cattolico, oppure riflettere sullo sfratto del cardinale Raymond Burke dal proprio appartamento romano. Lo spostamento a destra di un’ampia fetta di cattolici latinos, contrari all’immigrazione dal Sud, è già in atto da molti anni.

Se questi indicatori – ma ce ne sono molti altri – fossero tutti veri, i democratici avrebbero già da tempo dovuto mettere da parte le divisioni e concentrarsi sull’avversario esterno. Al momento, come per tante altre sinistre in tutto il mondo, il momento identitario sembra prevalere sul senso strategico. Come diceva il giornalista Ed Murrow nell’omonimo film di George Clooney, «Good night, and good luck».

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