Una barca si prepara a salpare nei Caraibi con un obiettivo ambizioso: dire basta ai combustibili fossili mentre il mondo torna ostaggio di petrolio e gas. La spedizione, chiamata “Flotilla for Climate Justice“, partirà a inizio aprile da Sint Maarten e raggiungerà Santa Marta, in Colombia, dove è in programma un vertice internazionale dedicato all’uscita dai combustibili fossili. A bordo attivisti, ricercatori, rappresentanti di organizzazioni che da anni chiedono un cambio di rotta netto delle politiche energetiche per evitare il collasso climatico.
Il viaggio è un percorso fatto di tappe, incontri e confronto diretto con i territori. I Caraibi non sono scelti a caso: qui si intrecciano vulnerabilità climatica, dipendenza energetica e le eredità di un lungo sfruttamento insostenibile delle risorse naturali e umane. Al centro dell’azione l’idea di un trattato internazionale sui combustibili fossili: non più impegni generici, ma una strategia globale per ridurre in modo vincolanteproduzione e consumo.
Il vertice
Il summit verso cui è diretta la barca nasce proprio da questa spinta. Negli ultimi anni – segnati dalle difficoltà dei negoziati climatici a stabilire limiti chiari a petrolio, gas e carbone – un gruppo crescente di Paesi vulnerabili, città e organizzazioni ha iniziato a sostenere la necessità di un trattato specifico sui combustibili fossili. La proposta è affiancare agli accordi Onu sul clima uno strumento più agile mirato a ridurre l’offerta di fonti fossili, sul modello dei trattati internazionali su armi e sostanze pericolose. Un modo per aggirare il blocco dei Paesi legati ai combustibili fossili che rallentano ogni percorso di negoziazione all’interno del quadro delle Nazioni Unite.
Il vertice di Santa Marta rappresenta uno dei primi tentativi concreti di portare questa proposta fuori dal perimetro dell’attivismo e all’interno di un’agenda politica internazionale più strutturata. Il problema è che mentre questa iniziativa prende forma, gli Stati Uniti di Trump stanno spingendo il mondo in una direzione opposta, sempre più pericolosa. Le tensioni geopolitiche esplose negli ultimi mesi hanno riportato il petrolio al centro della scena in modo brutale. Lo Stretto di Hormuz è diventato il nodo che rischia di strangolare l’economia globale attivando un’escalation bellica tra le più pericolose.
Le mosse della Casa Bianca sono più che mai imprevedibili perché l’attacco all’Iran ha portato a una destabilizzazione di cui ancora non si intravede la fine: mercati instabili, energia più cara, economie sotto pressione, fornitura di materiali indispensabili a linee di produzione critiche che rallenta. È il risultato di una dipendenza dai fossili che non si è mai sufficientemente ridotta: ogni crisi energetica alza l’asticella del rischio, ricordandoci che un mondo che dipende dai combustibili fossili non è sicuro da nessun punto di vista.
La crisi climatica accelera
A rendere il quadro ancora più paradossale è il fatto che, mentre l’equilibrio globale è scosso dalle guerre per petrolio e gas, la crisi climatica provocata dai combustibili fossili non sta rallentando, ma accelera. Gli ultimi dati disponibili indicano che il triennio 2023-2025 è stato il più caldo mai registrato: la soglia di sicurezza fissata dalla comunità scientifica a un aumento di 1,5 gradi rispetto al livello pre industriale è stata superata. Ogni frazione di grado in più si traduce in effetti drammatici. Ondate di calore sempre più lunghe, precipitazioni estreme che trasformano le vie delle città in torrenti, siccità infinite che mettono in crisi agricoltura e città, incendi fuori controllo. Eventi che fino a pochi anni fa erano eccezionali stanno diventando la normalità.
Potremmo frenare il disastro climatico se invece di concentrare la produzione sulle bombe utilizzate per il controllo dei pozzi petroliferi investissimo in impianti di energia rinnovabile, sistemi di storage, reti intelligenti, ricerca avanzata. È una direzione di sviluppo non solo possibile, ma in parte già realizzata. Quello che manca è la velocità, la spinta politica per accelerare la transizione energetica che rappresenta la migliore garanzia di sicurezza a tutti i livelli.
La Flotilla nasce per questo. Per sottolineare la contraddizione che viviamo. E per chiamare tutti a disinnescare la minaccia bellica e quella climatica che s’intrecciano sempre più strettamente. È un gesto simbolico, ma i simboli hanno spesso una grande potenza.
