6 Marzo 2026
/ 6.03.2026

Greenpeace: condannata a pagare 345 milioni per le proteste contro un oleodotto

La sentenza di un tribunale del North Dakota scuote l’ambientalismo internazionale: costituirebbe un precedente pericoloso che – sostengono gli ecologisti – minaccerebbe la libertà di espressione. Ricorso alla Corte Suprema

Negli Stati Uniti una sentenza rischia di avere conseguenze pesantissime per una delle organizzazioni ambientaliste più note al mondo. Un tribunale del North Dakota ha stabilito che Greenpeace dovrà pagare 345 milioni di dollari alla società energetica Energy Transfer, l’azienda che ha realizzato il controverso oleodotto Dakota Access Pipeline.

La decisione arriva al termine di una lunga battaglia legale legata alle proteste contro il progetto e potrebbe mettere seriamente in difficoltà l’organizzazione negli Stati Uniti, dove Greenpeace opera attraverso una fondazione finanziata attraverso donazioni private.

Il contenzioso nasce dalle mobilitazioni che tra il 2016 e il 2017 portarono migliaia di attivisti, comunità indigene e organizzazioni ambientaliste a opporsi alla costruzione della pipeline. Secondo l’azienda, Greenpeace avrebbe contribuito a diffondere accuse e campagne che avrebbero danneggiato la reputazione della società e interferito con le sue attività economiche. Greenpeace ribatte sostenendo di aver partecipato alle manifestazioni dei popoli indigeni ma in un ruolo marginale e, come è sempre avvenuto nella sua storia, in maniera non violenta.

Il nodo del Dakota Access Pipeline

Al centro della vicenda c’è il Dakota Access Pipeline, un oleodotto lungo circa 1.800 chilometri progettato per trasportare ogni giorno centinaia di migliaia di barili di petrolio dal North Dakota fino all’Illinois. Fin dall’inizio il progetto ha incontrato una forte opposizione, soprattutto da parte delle tribù Sioux della riserva di Standing Rock. Le comunità indigene denunciavano il rischio che l’infrastruttura potesse contaminare le falde idriche e minacciare territori considerati sacri.

Le proteste contro l’oleodotto sono diventate uno dei più grandi movimenti ambientalisti degli ultimi anni negli Stati Uniti, coinvolgendo decine di migliaia di persone e centinaia di tribù native. Greenpeace ha sostenuto le mobilitazioni e le richieste delle comunità locali, ma ha sempre respinto l’accusa di aver orchestrato o guidato direttamente le proteste.

Nel corso del processo una giuria aveva inizialmente stabilito un risarcimento di 667 milioni di dollari a favore di Energy Transfer. Successivamente però il giudice del caso ha riesaminato il verdetto ritenendo che alcune voci di danno fossero eccessive o duplicative. Per questo la cifra è stata quasi dimezzata e fissata definitivamente a 345 milioni di dollari. Si tratta comunque di un importo enorme per un’organizzazione non profit e potenzialmente devastante per le attività di Greenpeace negli Stati Uniti. Greenpeace ricorrerà alla Corte Suprema, ma se la condanna diventasse esecutiva fallirebbe.

Il ricorso annunciato e il timore di un precedente

Greenpeace ha già annunciato che farà appello alla Corte Suprema contro la decisione, sostenendo che il processo rappresenta un tentativo di colpire economicamente il movimento ambientalista e scoraggiare le proteste contro i progetti legati ai combustibili fossili. Secondo diversi osservatori, la vicenda potrebbe diventare un precedente importante nel rapporto tra grandi aziende energetiche e organizzazioni della società civile. Il timore espresso da molte Ong è che cause legali di questo tipo possano trasformarsi in uno strumento per mettere sotto pressione attivisti e associazioni che contestano opere industriali considerate dannose per l’ambiente.

Qualunque sarà l’esito dei ricorsi, il caso segna comunque un passaggio delicato: il conflitto tra industria fossile e movimenti ambientalisti non si gioca più soltanto nei cantieri o nelle piazze, ma sempre più spesso nelle aule dei tribunali.

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