12 Ottobre 2026
/ 12.10.2026

Il bollo auto regalato con i fondi per la transizione

Il governo usa i risparmi del Pnrr per cancellare il bollo 2027, continuando a sostenere una delle forme piùinquinanti di trasporto privato a scapito delle modalità green e pubbliche. Per il presidente della Corte dei conti europea è un precedente preoccupante

Lo schema si ripete a ogni difficoltà. E visto che le difficoltà crescono è un processo ininterrotto: di fronte agli ostacoli il governo Meloni mette la retromarcia. Di transizione ecologica si continua a parlare ma, anche quando i fondi sono legati alla presenza di un progetto innovativo green, il colore dominante è quello vecchio dei fossili. Il Pnrr, Piano nazionale di ripresa e resilienza, era nato per accompagnare l’Europa nella transizione climatica e digitale. Eppure in Italia una parte di quei fondi finirà per finanziare un anno di esenzione dal bollo auto.

Il decreto legge 162/2026 cancella la tassa 2027 su circa 14,5 milioni di veicoli, auto e moto fino a 80 kW, per un costo di circa 2,3 miliardi. Lo sconto vale per il primo veicolo posseduto, senza tetti di reddito, e secondo il governo riguarda oltre il 70% del parco circolante: una misura che l’esecutivo vorrebbe rendere strutturale. Dei 2,3 miliardi, 1,7 arrivano dai risparmisui prestiti del Pnrr che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti rivendica come “soldi nazionali”. La Commissione ha avallato il meccanismo contabile. Ma il presidente della Corte dei conti europea, Tony Murphy, secondo quanto riportato da Domani,la pensa diversamente: considera la scelta un precedente problematico, perché toglie ai contribuenti europei il controllo sul come vengono spesi i fondi comuni.

Un vizio globale

Il bollo del resto è solo la punta di un fenomeno molto più vasto. Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo monetario internazionale, pubblicato a dicembre 2025, nel 2024 i sussidi espliciti ai combustibili fossili, cioè il denaro speso per tenere bassi i prezzi di carburanti, gas ed elettricità, hanno raggiunto 725 miliardi di dollari, lo 0,6% del Pil mondiale. A questi si sommano 6.700 miliardi di sussidi impliciti: soprattutto i danni da inquinamento atmosferico e clima che nessuno paga alla pompa o in bolletta. In tutto sono oltre 7.400 miliardi di dollari.

In Italia le cifre cambiano a seconda di chi conta. Il Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad) del ministero dell’Ambiente, pubblicato a luglio 2026, stima i Sad in 22,4 miliardi nel 2025, in lieve calo dai 23,8 del 2024, a cui si aggiungono 22,1 miliardi di sussidi dall’effetto “incerto”. Legambiente, con un perimetro più ampio, arriva a 48,3 miliardi nel 2024, in crescita rispetto all’anno prima.

A guidare la classifica dell’associazione ambientalista è l’energia con 14,2 miliardi, quasi 4 in più in dodici mesi, seguita da edilizia (9 miliardi), trasporti (8,7) e agricoltura e pesca (1,1). Dal 2011, calcola Legambiente, il Paese ha speso almeno 436 miliardi in sussidi dannosi, e nel catalogo ufficiale mancano 14 voci per 11,9 miliardi. La proposta dell’associazione: eliminare 23,1 miliardi di Sad e rimodularne altri 25,2 entro il 2030.

Promesse mancate

Gli impegni non mancano. Il G20 promise di eliminare i sussidi inefficienti già nel 2009, il G7 aveva fissato la scadenza al 2025, e l’Italia si è impegnata a tagliare i Sad di almeno 2 miliardi entro la fine del 2026. Nel frattempo, nel pieno di un nuovo shock energetico, il governo trova oltre 2 miliardi per alleggerire il costo di possedere un’auto, qualunque sia la sua classe ambientale. Ogni euro speso così è un euro tolto a trasporto pubblico, efficienza energetica e rinnovabili, cioè alle uniche misure che riducono davvero la bolletta, e la dipendenza dall’estero.

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