10 Marzo 2026
/ 9.03.2026

Il fantasma del 1991: la guerra nel Golfo torna a minacciare l’ambiente

A Teheran piove petrolio. E poi greggio in mare, contaminazione delle falde idriche,aria irrespirabile. In queste ore l’impatto ambientale della guerra sta aumentando. Ma già nei primi quattro giorni di guerraerano staticolpiti 3.980 siti che possono creare un potenziale danno ambientale

Ricordare il disastro ecologico del 1991, ma anche gli attacchi dello scorso giugno contro i siti nucleari e missilistici iraniani aiuta a comprendere come l’area del Golfo Persico è nel mirino anche dal punto di vista ambientale. In queste ore l’impatto ambientale del conflitto sta drammaticamente aumentando. Dopo i raid notturni sui depositi di greggio alla periferia di Teheran, la capitale iraniana è stata avvolta da una gigantesca nube di fumo e sostanze petrolifere. L’esplosione dei serbatoi ha liberato nell’aria grandi quantità di petrolio combusto, rendendo l’atmosfera pesante e quasi irrespirabile. In diverse zone della città dal cielo sono cadute gocce nere simili a una “pioggia di petrolio”, residui della combustione e delle particelle disperse nella nube tossica. La situazione ha aggravato le condizioni già difficili di una città che vive da giorni sotto i bombardamenti. La nube scura è diventata anche il simbolo dell’escalation del conflitto: gli attacchi stanno colpendo non solo obiettivi militari ma anche infrastrutture energetiche strategiche. L’offensiva contro i depositi petroliferi fa parte della nuova fase della guerra, in cui Israele mira a indebolire le capacità logistiche e industriali dell’Iran, prendendo di mira bunkere infrastrutture legate al petrolio.

Solo ad operazioni militari concluse sarà possibile un bilancio definitivo, ma le prime notizie suscitano già un grave allarme. “Il quadro – afferma Doug Weir, direttore dell’Osservatorio dei conflitti e dell’ambiente (CEOBS), un’organizzazione no-profit con sede nel Regno Unito – è molto preoccupante. Finora il nostro monitoraggio ha identificato una vasta gamma di siti problematici per l’ambiente presi di mira dalle parti in conflitto, dai combustibili fossili alle strutture militari”.

Dei 2 mila droni e 500 missili lanciati dagli iraniani nei primi sei giorni di conflitto, l’84% di quelli diretti contro Israele e gli UAE (il 40%) sarebbe stato intercettato, percentuali più basse, ma sempre sopra il 60% per Arabia Saudita, Bahrain, Qatar, Iraq. Dei missili e droni giunti a segno il 50% avrebbe colpito obiettivi sensibili ambientalmente come raffinerie e basi militari causando potenziali danni ambientali. Dei 3.000 target colpiti dagli Stati Uniti nei primi quattro giorni di guerra, il 90% avrebbe potenziali impatti ambientali, dei 1.600 colpiti dagli israeliani (che hanno effettuato più attacchi contro la leadership iraniana), circa l’80%. Complessivamente ci sarebbero quindi, in soli 4 giorni, 3.980 siti colpiti da americani e israeliani che hanno un potenziale danno ambientale.

Il dramma del 1991

La Guerra del Golfo del 1991 è stato uno dei peggiori disastri ecologici causati dall’uomo, a causa dell’uso deliberato dell’inquinamento ambientale come tattica militare da parte delle forze irachene durante la ritirata dal Kuwait. Tra la fine di gennaio 1991 e gli inizi di febbraio ben 732 pozzi di petrolio sono stati fatti saltare in aria, 610 di questi hanno preso fuoco e hanno continuato a bruciare per mesi: da febbraio ad aprile 1991 tra i 4 e i 6 milioni di barili di greggio al giorno, tra 70 e 100 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno. Enormi nubi di fuliggine e gas tossici (anidride solforosa, ossidi di azoto) hanno oscurato il sole e causato un calo delle temperature regionali fino a 10 C°.  

Sette mesi dopo, 441 impianti erano stati messi sotto controllo, mentre 308 rimanevano incontrollati. L’ultimo pozzo fu spento il 6 novembre 1991. La quantità totale di petrolio bruciato è stimata in un miliardo di barili o poco meno dell’uno percento del totale delle riserve del Kuwait di 104 miliardi di barili. La fuliggine è ricaduta sotto forma di “piogge nere” acide, contaminando suolo e falde acquifere fino a centinaia di chilometri di distanza in Iran, Iraq, Turchia e Siria. Il petrolio non bruciato ha formato circa 300 laghi di greggio che hanno coperto oltre 50 km² del deserto del Kuwait, penetrando nel sottosuolo e minacciando le scarse risorse idriche sotterranee. Il miscuglio di sabbia, petrolio e fuliggine ha creato uno strato duro chiamato “tarcrete”, che ha cementato circa il 5% della superficie del Kuwait, impedendo la ricrescita della vegetazione e distruggendo l’ecosistema desertico.

I militari iracheni, per impedire eventuali sbarchi americani, hanno anche riversato in mare milioni di litri di greggio, dando vita alla più grande fuoriuscita di petrolio della storia, con stime che variano tra 4 e 11 milioni di barili riversati in mare. Sono stati contaminati circa 850 km di costa, devastando habitat critici come paludi salmastre, mangrovie e barriere coralline. Migliaia di uccelli marini (circa 30.000 tra svassi e cormorani), tartarughe marine in via d’estinzione e mammiferi marini sono morti a causa del petrolio.

L’attacco attuale

La maggior parte degli attacchi statunitensi e israeliani della prima fase dell’operazione Epic Fury hanno preso di mira basi missilistiche, aeroporti, depositi di armi e impianti di produzione militari in tutto l’Iran. L’Iran ha risposto colpendo basi aeree e navali statunitensi in Kuwait, Qatar, Bahrain e Emirati Arabi Uniti. E i danni ambientali sono pesanti anche al di là della distruzione degli impianti stessi, perché hanno molto probabilmente creato inquinamento ambientale.

“Sebbene molti siti attaccati presentino esplosioni e incendi secondari – osserva il report del CEOBS – questi raramente distruggono tutti i materiali pericolosi e possono generare ulteriore inquinamento. Tra i contaminanti probabili figurano carburanti, oli, metalli pesanti, composti energetici e PFAS, mentre gli incendi possono rilasciare diossine e furani. Molte strutture militari iraniane si trovano in aree rurali, il che complica la valutazione dei danni e riduce potenzialmente i rischi di esposizione umana, ma diversi siti in Iran, Libano e nel Golfo si trovano vicino alle città, aumentando i rischi di esposizione pubblica in caso di diffusione di inquinanti”.

Gli attacchi contro infrastrutture petrolifere sono stati effettuati anche dall’Iran verso il Qatar e l’Arabia Saudita. Un attacco con drone alla raffineria di petrolio di Ras Tanurah, in Arabia Saudita, ha innescato un incendio e una grande colonna di fumo. Tali colonne possono contenere particolato, ossidi di azoto, anidride solforosa, monossido di carbonio e composti organici tossici, tra cui IPA e potenzialmente diossine, rappresentando un rischio per la salute delle comunità sottovento. I blackout successivi ad attacchi alle infrastrutture energetiche, come quelli avvenuti nella città industriale di Ras Laffan in Qatar, possono causare danni secondari significativi, con interruzioni di corrente che interrompono i sistemi di sicurezza e innescano l’inquinamento industriale.

E poi ci sono gli attacchi alle infrastrutture militari. “Le strutture missilistiche danneggiate destano particolare preoccupazione. L’Iran – osserva lo studio del CEOBS – utilizza missili balistici sia a propellente solido che liquido, e alcuni propellenti liquidi, come la dimetilidrazina asimmetrica e l’acido nitrico rosso inibito utilizzato nei sistemi di tipo SCUD, sono altamente tossici e hanno posto serie sfide di gestione e smaltimento in altri contesti di conflitto. Tra i siti interessati figurano la nota base missilistica di Tabriz e la base militare di Zanjan, nell’Iran nordoccidentale. Grandi colonne di fumo erano visibili da entrambe le strutture e le immagini satellitari mostrano tunnel crollati in vari punti di ingresso a Tabriz”.

Al sito nucleare di Natanz, vicino Quom, già pesantemente bombardato nella “guerra dei 12 giorni” dello scorso giugno, le installazioni sono state nuovamente attaccate, ma dato che si tratta di impianti sotterranei, al momento non risulta – secondo quanto ha affermato l’agenzia per l’energia atomica di Vienna – una contaminazione ambientale in atmosfera. Il che non significa che non possa emergere in tempi successivi, ad esempio grazie alla circolazione delle acque sotterranee, alle operazioni per riaprire i tunnel per accedere ai laboratori per l’arricchimento dell’uranio sepolti, o ad eventuali crolli.

Marina iraniana distrutta dagli USA

Gli attacchi contro la marina militare iraniana che gli Stati Uniti hanno dichiarato di voler annientare, comportano un inevitabile danno agli ecosistemi marini. Le navi affondate e le infrastrutture portuali danneggiate possono presentare significativi rischi di inquinamento, anche da carburanti e oli. Gli attacchi in mare comportano gravi rischi di fuoriuscita di petrolio, soprattutto quando le condizioni di conflitto limitano la capacità di risposta alle emergenze.

Il CENTCOM, il comando centrale americano ha affermato sabato 6 marzo di aver colpito o affondato 42 navi iraniane, tra le quali le due unità portaelicotteri e droni diverse fregate e almeno un sottomarino di classe Kilo. In particolare, la Iris Dena, fregata affondata e colata a picco nel Golfo del Bengala da un sottomarino americano; la Iris Makran, una ex petroliera convertita, la più grande nave militare iraniana, che è stata pesantemente danneggiata nel molo di Bandar Abbas, rendendola inoperabile. E poi la Iris Shahid Bagheri, la nuova porta droni ed elicotteri dell’Iran, commissionato appena un anno prima, che è stata colpito e affondata all’inizio dell’operazione; alcune fregate di classe Jamaran tra cui la Iris Jamaran, con un affondamento confermato al molo Chah Bahar. Lo stesso vale per alcune fregate di classe Alvand e Bayandor: la Sahand, la Sabalan, la Bayandor e la Naghdi sono ritenute affondate o danneggiate in base alle immagini satellitari e ai rapporti degli analisti. Anche alcune corvette di classe Kaman sarebbero state danneggiate o affondate.

Ad essere state colpite anche almeno cinque navi commerciali. La MKD VYOM, una petroliera di greggio di 273 metri, colpita da un drone della marina. Si trova attualmente a 50 miglia nautiche dalla costa di Muscat, in Oman. La STENA IMPERATIVE, una petroliera battente bandiera statunitense, è stata attaccata due volte mentre si trovava in un porto del Bahrein, innescando un incendio. La SKYLIGHT, una petroliera e chimichiera sanzionata, è stata incendiata in seguito a un attacco con drone navale nel governatorato di Musandam, in Oman. La SKYLIGHT è considerata una “nave ombra” iraniana, eppure si ritiene che sia stata attaccata dall’Iran, potenzialmente per aumentare la percezione del rischio di conflitto tra armatori e assicuratori. La OCEAN ELECTRA, petroliera, sarebbe stata colpita da un drone, sebbene senza danni significativi. La HERCULES STAR, una petroliera di 115 metri, sarebbe stata colpita a 17 miglia nautiche a nord-ovest di Mina Saqr, negli Emirati Arabi Uniti, provocando un incendio. Secondo fonti iraniane, ancora non confermate da fonti indipendenti, una sesta nave, “una petroliera statunitense battente bandiera delle isole Marchall”, la LOUISE P, sarebbe in fiamme dopo essere stata colpita nella notte tra venerdì e sabato, nella parte settentrionale del Golfo, da un drone. Una settimana nave, il tanker maltese PRIMA sarebbe stata colpita, sempre secondo gli iraniani, mentre tentava di “violare” lo stretto di Hormuz sabato mattina. Almeno altre cinque navi sono state fatte segno di missili e droni dall’inizio del conflitto ma non sono state colpite. Anche per questo il traffico commerciale ad Hormuz si è virtualmente interrotto. Ma le navi commerciali, almeno 200, restano “prigioniere” nel Golfo e potrebbero essere fatte segno di attacchi con potenziali, devastanti conseguenze sull’ecosistema marino.

Perché questa è la guerra. Un orrore anche dal punto di vista ambientale.

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