23 Gennaio 2026
/ 23.01.2026

In Italia 160 lupi nel mirino

L’Italia – accusa il Wwf - non ha ascoltato gli appelli del mondo scientifico e ha accelerato l’iter per recepire il declassamento approvato a livello europeo. Una decisione che non porterà vantaggi al comparto zootecnico: il lupo è responsabile della perdita di appena lo 0,6% del bestiame. Le regole di convivenza sono molto più efficaci

Dalla difesa rigorosa di un animale simbolo alla programmazione delle uccisioni. Nel 2026 in Italia si potranno uccidere 160 lupi, su una popolazione stimata di 3.200/3.500. Un cambio di approccio innanzitutto culturale alla tutela di una specie iconica come il lupo. Che torna ad essere cacciabile sebbene con forti limiti. Ammazzarlo non è più automaticamente bracconaggio, ma è considerato una misura di controllo della sua popolazione, ove se ne ravvisi la necessità per un eccesso di pressione.

A segnare la svolta è la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del decreto del ministero dell’Ambiente che modifica gli allegati del Dpr 357/1997, il regolamento che attua in Italia la Direttiva Habitat. E così, con questo provvedimento, il lupo viene spostato dall’Allegato D, che prevede una protezione rigorosa, all’Allegato E che include le specie per cui possono essere previste misure di gestione e di prelievo meno rigorose. Si tratta del passaggio formale con cui l’Italia recepisce il declassamento del lupo da super-protetto a solo protetto nel quadro delle normative europee.

In attuazione del recente Ddl “Montagna” (Legge 131/2025), il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica ha predisposto lo schema di decreto che fissa, per l’anno 2026, il numero massimo di esemplari di lupo (Canis lupus) prelevabili su base regionale. “Il provvedimento – spiega il ministero – stabilisce un tetto massimo di 160 esemplari prelevabili su tutto il territorio nazionale per il 2026. Tale limite è stato calcolato per non pregiudicare lo stato di conservazione soddisfacente della specie, seguendo le indicazioni tecniche fornite dall’Ispra nella nota del 15 ottobre 2025. Le nuove regole permetteranno a Regioni e Province Autonome una gestione più flessibile della specie, sempre nel rispetto degli articoli 14 e 16 della Direttiva Habitat (92/43/CEE)”.

Ieri, 22 gennaio, in Conferenza Unificata c’è stata una seduta tecnica che ha consentito alle Regioni e alle Province autonome di prendere formalmente visione dello schema di decreto attuativo: le Regioni hanno presentato le prime osservazioni e si sono riservate di proporre ulteriori approfondimenti e suggerimenti. Il via libera definitivo è atteso per la seduta del 5 febbraio.

Cacciatori e agricoltori soddisfatti

Il presidente nazionale di Federcaccia, Massimo Buconi, sottolinea la necessità di “una pace sociale nei territori rurali, fondata su un equilibrio tra la tutela dell’impresa agricola e la possibilità per i cacciatori di esercitare la propria attività in modo responsabile”.

“Agricoltori e cacciatori – sostiene – hanno un elemento in comune: non parlano di ambiente e territorio in modo astratto, ma lo vivono ogni giorno. Per questo sentiamo la responsabilità di contribuire a una gestione equilibrata e concreta. Ai cacciatori non interessa cacciare il lupo: in Italia si caccia ciò che viene valorizzato anche a tavola. Siamo però pronti a dare il nostro contributo a una gestione virtuosa dell’ambiente e della fauna, a tutela delle produzioni agricole e della biodiversità”.

“Siamo soddisfatti per questo importante risultato: è un atto di responsabilità verso il mondo agricolo e l’intero sistema territoriale – aggiunge il presidente nazionale di Cia, Cristiano Fini – È urgente un approccio realistico e scientificamente fondato, che coniughi la difesa della biodiversità con la tutela delle imprese agricole e delle comunità locali. Solo così potremo garantire coesistenza, sicurezza e futuro ai nostri allevatori e ai nostri territori”.

Ambientalisti contrari

“L’Italia, purtroppo, non ha ascoltato gli appelli del mondo scientifico e ha accelerato l’iter per recepire il declassamento approvato a livello europeo (nella Convenzione di Berna prima e poi nella Direttiva Habitat) – osserva il WWF Italia – Questo declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo: il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame. Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.  

“È fondamentale chiarirlo subito: il lupo non diventa una specie cacciabile e non partono automaticamente gli abbattimenti”, spiega ‘Io non ho paura del lupo’, l’associazione da 10 anni impegnata nel favorire la coesistenza con il grande predatore.“Il vero nodo da scioglierenon è tanto il declassamento in sé, quanto l’assenza di un quadro nazionale chiaro. Senza un adeguamento della legge 157/92, per la quale il lupo è ancora una specie particolarmente protetta, senza criteri di monitoraggio condivisi e un piano nazionale di gestione e conservazione del lupo, qualunque decisione rischia di essere fragile dal punto di vista legale e di alimentare contenziosi e conflitti invece di risolverli”.

Le alternative

Un secondo problema è il monitoraggio. “Oggi – sottolinea l’associazione – molte Regioni hanno ancora a disposizione pochissimi dati sulle proprie popolazioni di lupo. Lo dimostra anche il recente studio sulla mortalità del lupo in Italia, che abbiamo condotto e pubblicato di recente basandoci sui dati istituzionali disponibili: in molte aree il monitoraggio è frammentario o assente, disomogeneo o fermo a diversi anni fa. Senza dati solidi su consistenza, distribuzione e mortalità reale, è impossibile parlare seriamente della gestione di una specie”. E allora l’associazione ribadisce che la “vera priorità è e deve restare la prevenzione. Il lupo è tornato per restare: pensare di governare questa presenza solo con strumenti repressivi o emergenziali è illusorio. Oggi più che mai servono investimenti strutturali sulla prevenzione dei conflitti: recinzioni elettrificate, cani da guardiania, assistenza tecnica agli allevatori, nuove tecnologie, informazione sul territorio sulle buone pratiche di coesistenza”.

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