5 Ottobre 2026
/ 5.10.2026

Inaugurato il più grande impianto europeo per la cattura della CO2. Ma la CCS non basterà

Uno studio dell'Energy & Strategy School del Politecnico di Milano, pubblicato a gennaio 2026, ha concluso che la cattura della CO2 non è sostenibile economicamente senza ingenti sussidi pubblici permanenti. Per la Commissione è “una tecnologia ancora immatura”

L’Europa ha inaugurato lo scorso 7 settembre il suo più grande impianto industriale per la cattura della CO2. Lo stabilimento di Yara, gruppo norvegese leader mondiale nella produzione di fertilizzanti, a Sluiskil, nei Paesi Bassi, promette di catturare fino a 800.000 tonnellate di anidride carbonica all’anno, trasportarle via nave in Norvegia e seppellirle “per sempre” a 2.600 metri sotto il fondale del Mare del Nord.

Se funzionerà, sarà la prima filiera transfrontaliera completa di cattura, trasporto e stoccaggio permanente della CO2 in Europa (Carbon Capture and Storage, o CCS). Ma mentre politici e amministratori celebrano il progetto come prova che la decarbonizzazione industriale su larga scala è possibile, i numeri globali raccontano una storia un po’ differente: progetti in ritardo, costi oltre le previsioni, prestazioni ben al di sotto delle promesse, e una tecnologia che resta fragile.

Una cerimonia di Stato

L’inaugurazione del 7 settembre ha avuto tutti gli onori di una cerimonia di Stato. C’erano il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, quello olandese Rob Jetten, il commissario europeo per il Clima Wopke Hoekstra e il presidente di Yara International, Svein Tore Holsether. Nello stabilimento di Sluiskil – il più grande d’Europa per la produzione di ammoniaca e fertilizzanti – l’impianto è in grado di catturare la CO2 derivante dal processo produttivo, liquefarla e prepararla per il viaggio verso la Norvegia.

“Questa è una giornata importante per Yara e per l’industria europea”, ha dichiarato Holsether. “L’impianto di cattura della CO2 di Sluiskil dimostra che oggi è possibile realizzare la decarbonizzazione industriale su larga scala. Con l’intensificarsi della concorrenza globale, l’Europa deve trovare il modo di ridurre le emissioni mantenendo al contempo industria, posti di lavoro e catene del valore strategiche sul territorio europeo”.

Il progetto è, di fatto, una prima assoluta anche dal punto di vista logistico. La CO2 catturata a Sluiskil viene trasportata via nave fino a Øygarden, in Norvegia, dove viene temporaneamente stoccata in serbatoi prima di essere iniettata attraverso le condotte sottomarine del progetto Northern Lights, controllato congiuntamente da Equinor, Shell e TotalEnergies, tre grandi aziende del settore petrolifero e del gas. Northern Lights è il braccio di stoccaggio offshore della filiera norvegese, pensato proprio per offrire un servizio di deposito permanente di CO2 a progetti industriali europei.

I numeri del progetto

Secondo le stime di Yara, l’intera filiera dovrebbe consentire di stoccare in modo permanente circa 12 milioni di tonnellate di anidride carbonica nei prossimi 15 anni. La CO2 catturata eviterà inoltre al gruppo norvegese la tassazione sulle emissioni prevista dal mercato europeo delle quote ETS: un vantaggio economico non secondario, in un settore energivoro come quello dei fertilizzanti e della produzione di ammoniaca.

“L’Europa ha bisogno di soluzioni climatiche pratiche che offrano reali riduzioni delle emissioni rafforzando al contempo la competitività industriale”, ha dichiarato il commissario Hoekstra. “Il progetto di cattura e stoccaggio del carbonio a Sluiskil mostra cosa è possibile quando innovazione e cooperazione transfrontaliera si uniscono. Questo è esattamente il tipo di progetto di cui l’Europa ha bisogno per combinare ambizione climatica con una base industriale forte e resiliente”.

C’è un problema

Le dichiarazioni ufficiali dipingono un quadro ottimista. Ma i numeri della CCS a livello internazionale restano modesti e problematici. Secondo l’analisi della società GlobalData, pubblicata lo scorso agosto, esistono circa 140 progetti operativi in tutto il mondo, con una capacità cumulativa di circa 62 milioni di tonnellate all’anno: un volume ridotto se confrontato con le emissioni globali. Molti di questi progetti, inoltre, devono ancora superare gli ostacoli commerciali, normativi e infrastrutturali necessari per la costruzione e la messa in servizio.

Ma cos’è, esattamente, la CCS, una tecnologia vista molto negativamente dagli ambientalisti e molto favorevolmente dalle grandi aziende petrolifere? L’idea è catturare la CO2 derivante dalla combustione o da altri processi industriali direttamente dai camini degli stabilimenti: acciaierie che usano il carbone, raffinerie di petrolio, fabbriche di cemento o mattoni, e così via. La si cattura, la si purifica, la si comprime e la si trasporta via tubo, per conservarla ad alta pressione allo stato liquido in strati profondi del sottosuolo, come pozzi petroliferi o di gas esauriti (è questa la Carbon Capture and Storage vera e propria). In alternativa, la si utilizza come materia prima in altri cicli produttivi e industriali (Carbon Capture and Utilization, o CCU).

Un obiettivo ambizioso

L’Unione Europea si è data un obiettivo ambizioso: raggiungere almeno 50 milioni di tonnellate annue di capacità di iniezione di CO2 entro il 2030. A marzo 2026, però, risultavano autorizzati solo tre siti di stoccaggio, con una capacità complessiva di 3,54 milioni di tonnellate annue. Sette progetti avevano presentato domanda di autorizzazione per altri 15,6 milioni di tonnellate. Sommando tutto si arriva a poco più di 19 milioni: appena il 38% del target. Mancano ancora circa 31 milioni di tonnellate annue di capacità per centrare l’obiettivo.

In Italia, uno studio dell’Energy & Strategy School del Politecnico di Milano, pubblicato a gennaio 2026, ha concluso che la cattura della CO2 non è sostenibile economicamente senza ingenti sussidi pubblici permanenti: decarbonizzare pienamente con la sola CCS i settori del cemento, dei cicli combinati a gas e dell’incenerimento dei rifiuti richiederebbe fino a 3 miliardi di euro l’anno, per un periodo di 10-15 anni.

Anche la Commissione europea, in una relazione del maggio scorso, ha definito la CCS “una tecnologia ancora immatura” come soluzione per decarbonizzare le industrie su larga scala. In questo quadro si inserisce il progetto di Ravenna, sviluppato da Eni e Snam, che ha già avviato una fase pilota da circa 25.000 tonnellate annue di CO2 e punta alla fase commerciale entro la fine del decennio, con una capacità di iniezione stimata di 3,85 milioni di tonnellate l’anno.

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